Varchi n.34

varchi 2026 copertina Vergogna

Vergogna!

Anno diciottesimo – numero 34 – primavera/estate 2026

Rivista semestrale di carattere scientifico-culturale
A cura di: IL RUOLO TERAPEUTICO DI GENOVA

Hanno collaborato a questo numero: Mauro Carosio, Paolo Chiappero, Margherita Dolcino, Cristina Fregara, Monica Marinelli, Marina Montesano, Nicola Policicchio, Mario Rossi Monti, Filippo Santini, Luisa Stagi

#PsicologiaDellaVergogna
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#SocietàDellaPrestazione
#CulturaCringe
#DinamicheRelazionali

EDITORIALE

Nel campionario delle emozioni con le quali facciamo i conti, la vergogna occupa un posto scomodo: è al contempo la più difficile da stanare e la più puntuale nell’affiorare, la più intima e la più esposta allo sguardo altrui. “Vergognati!” è un’ingiunzione antica, ma anche modernissima: risuona nei cortili delle scuole, delle università, nelle aule dei tribunali, nei feed dei social network, nelle stanze dove qualcuno non trova il coraggio di mostrare i propri denti rovinati, di rivelare un abuso subito, di dire che non si è laureato.

L’immagine più nota che abbiamo della vergogna è forse quella contenuta nel racconto biblico: inizialmente nudi e senza imbarazzo, i disobbedienti Adamo ed Eva vengono cacciati dal Paradiso. I loro corpi nudi diventano fonte di disagio e sanciscono sia la frattura con Dio che quella reciproca. Scoperti, nudi, indifesi, vulnerabili, esposti, i corpi dei primi umani delle religioni abramitiche cercano riparo dall’agente atmosferico più gravoso: il verdetto sociale. A millenni di distanza, è ancora così che descriviamo la vergogna, in una sorta di paradosso: che è la stessa vergogna a esporci. Con le guance rosse, lo sguardo abbassato, il corpo che tradisce ciò che vorremmo invece mantenere ben nascosto, siamo noi a consegnarci, involontariamente, allo sguardo da cui fuggivamo.

Come ricorda la pedagogista Mariagrazia Contini (1), la vergogna è un’emozione trasversale alle culture e alle età, presente dal primo all’ultimo giorno dell’esistenza e che quasi tutti gli esseri umani provano. Quasi tutti, non proprio tutti: c’è chi la vive senza ragione, chi non la prova ma farebbe bene a farlo.

Ed è anche un’emozione collettiva. Nella civiltà contemporanea convivono due tendenze apparentemente contraddittorie: da un lato si invoca la vergogna come reazione doverosa – “è ora di vergognarsi!” – di fronte all’esibizionismo sfacciato, alla scurrilità, all’assenza deliberata di pudore; dall’altro c’è chi letteralmente muore dalla vergogna per non aver raggiunto un traguardo, per non sentirsi all’altezza di un’aspettativa, per il solo fatto di esistere in una forma che non corrisponde all’ideale.

Eppure, la vergogna non è solo dolore. La drag queen Enorma Jean, in un appassionato invito a “perdere la vergogna per salvare il mondo” (2), ricorda che le grandi scoperte scientifiche hanno sempre chiesto di andare oltre confini confortevoli per scegliere lo scandalo, proprio come fecero Rita Levi Montalcini e Margherita Hack, come se una certa spudoratezza fosse condizione necessaria per l’incontro col sapere.

È su questa soglia ambivalente – tra la vergogna che è condanna definitiva di sé e quella che è call to action, motore di cambiamento – che si muovono i contributi di questo numero.

Gli autori la esplorano da prospettive diverse e tutte necessarie: la sua genesi nello sviluppo psichico del bambino, il suo intreccio con i disturbi di personalità, il suo ruolo storico come dispositivo di esclusione sociale già nel Medioevo, la sua dimensione fenomenologica e psicoanalitica, la sua declinazione contemporanea nell’assenza di vergogna nella società della prestazione, la sua trasformazione nelle nuove generazioni, dove lascia il posto all’imbarazzo del cringe, all’esposizione digitale, alla gogna 2.0. Fino alla vergogna vissuta nel gruppo, specchio moltiplicatore di ogni fragilità.

Ciò che emerge, leggendo questi testi insieme, è che la vergogna non è mai soltanto privata. È sempre, anche, uno sguardo: quello dell’altro che ci definisce, quello che abbiamo interiorizzato, quello che non riusciamo più a sostenere. E forse il compito che questo numero ci consegna è imparare a distinguere la vergogna che ci schiaccia da quella che, se attraversata con coscienza, ci può restituire a noi stessi.

(1) M.G. Contini, intervista a diMartedì, La7, 18 aprile 2018.
(2) E. Jean, Perdere la vergogna salverà il mondo, TEDx Bellagio, 2019.

In questo numero:
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di Nicola Policicchio * Ho domande che mi costano molto. Per favore nessunarisposta scontata. «Contaci». Hai qualcosa da fartiperdonare? Sì. Lo prendo io. Qualcosa di cuivergognarci? Sì. Dammelo. Di cui pentirsi? C’è. Prendoanche quello. Paure che non fan dormire la...

Lo scudo di Aischyne: la vergogna come impedimento del divenire

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di Cristina Fregara * La parola “aischyne” in greco antico significa “vergogna, sentimento di ritegno”. Deriva dal sostantivo “aischòs”, che indicava originariamente la deformità fisica, la bruttezza, in senso generale e per estensione morale, il disonore e l’infamia....

I giovani e la cultura cringe

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