Un’infinita vergogna. Recensione del libro di Edouard Louis “Monique evade” edito da La nave di Teseo nel 2025

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di Mauro Carosio *

“La vergogna è una memoria. Lo ricordavo per la vergogna provata. Adesso che sapevo quello che le faceva subire l’uomo da cui abitava a Parigi, che beveva, che la insultava, che l’aggrediva, ripensavo alla nostra cena annullata (per colpa mia) e la vergogna mi paralizzava. In seguito, la vergogna continuerà a espandersi, a occupare sempre più spazio in me”.

In Monique Evade (titolo originale Monique s’évade) Edouard Louis prosegue con il suo progetto autobiografico e sociologico analizzando con rigore clinico le varie figure della propria famiglia concentrandosi, questa volta, sulla madre in un momento cruciale della sua esistenza. La vicenda è relativamente semplice e racconta la fuga della madre Monique da una relazione con un uomo violento e oppressivo, una replica della sottrazione al dominio maschile già messa in pratica anni prima nei confronti del marito. La narrazione è precisa, analitica e condita da uno sguardo antropologico che spinge il lettore a guardare oltre la dimensione personale, verso quella strutturale della società contemporanea. Il testo si apre con una telefonata: Monique chiama il figlio per dirgli che ha finalmente deciso di lasciare il compagno violento. L’opera documenta i giorni frenetici della sua “evasione”, organizzata a distanza da Edouard mentre si trova all’estero per lavoro. Si tratta di una fuga alla ricerca di una nuova libertà che rimette in gioco un complesso rapporto madre-figlio e offre una cruda analisi su come la classe sociale condizioni perfino la possibilità di ribellarsi. Monique proviene infatti da un contesto di deprivazione totale e povertà assoluta dal quale il figlio è riuscito a emanciparsi a caro prezzo. Il tema della vergogna permea tutta l’opera di Louis e in questo testo viene descritta non come un sentimento, ma come una condizione ontologica. Monique ha vissuto una vita sotto il peso del giudizio culturale ed estetico: si vergogna per i propri denti rovinati, per l’arredamento della propria casa e per la sensazione di non essere mai al posto giusto. La vergogna di Edouard è speculare a quella della madre, ma si è evoluta attraverso il suo processo di ascesa sociale. Mentre Monique prova la vergogna di chi è rimasto indietro, Edouard, ora che è un intellettuale di successo, prova vergogna per la sua distanza. Si sente in colpa per averla abbandonata nel “fango” della provincia mentre lui frequentava i salotti letterari parigini sotto la protezione di figure di spicco come quella di Didier Eribon. Prova vergogna, e riconosce l’oscenità, nel dover essere lui a “comprare” la libertà della madre, grazie ai soldi guadagnati scrivendo della miseria della madre stessa. Si vergogna delle proprie origini e allo stesso tempo è a disagio di fronte alla famiglia per essere diventato “uno di quelli che ci guardano dall’alto”. Edouard prova anche vergogna “per conto” della madre: quando lei si trasferisce a Parigi commette piccoli errori di etichetta o non capisce i codici sociali degli amici intellettuali del figlio. È la vergogna di chi conosce entrambi i mondi e vede quanto il mondo colto sia escludente verso chi non ne possiede le chiavi.

“Dal giorno in cui ho iniziato gli studi universitari, quando nella nostra famiglia nessuno lo aveva fatto, dal giorno in cui ho iniziato ad andare a teatro, a interessarmi alla storia del cinema, ho preso a dire – perché all’università avevo sentito qualcuno dire questa frase – che l’odore dei fast food era disgustoso, che mi dava la nausea.”

L’influenza di Pierre Bourdieu è palpabile in ogni pagina. Louis utilizza il concetto di violenza di classe per spiegare perché per sua madre sia stato così difficile “evadere”. Monique ha interiorizzato l’idea che la sua sottomissione fosse naturale; la sua fuga è possibile solo perché il figlio, avendo scalato la gerarchia sociale, può offrirle il capitale (soldi per l’affitto e sostentamento) che a lei è sempre mancato. Louis riconosce con lucidità che la libertà, in un sistema capitalista, ha un prezzo che i poveri non possono pagare. Monique ha difficoltà a pensarsi libera al di fuori del suo ambiente d’origine. Un’altra figura centrale nel libro è quella del filosofo Didier Eribon poiché, oltre ad essere un mentore intellettuale per l’autore, è anche la prima persona che va in soccorso a Monique durante la fase iniziale della sua fuga. Louis applica la lezione di Eribon quando definisce la vergogna come un “verdetto sociale”. Un altro gigante chiamato in causa implicitamente è Michel Foucault nell’analisi della casa domestica come “istituzione totale” all’interno della quale il compagno di Monique esercitava un potere totale controllando i suoi orari, il suo cibo e il suo corpo. L’evasione, in questo caso, è la rottura di un dispositivo di sorveglianza. Per dirla “alla maniera di Foucault” Monique riprende possesso della propria biopolitica, ovvero del diritto di curare il proprio corpo e gestire il proprio tempo nel difficile esercizio di una soggettivazione autonoma.

“Parlava in modo misurato, cercava di controllare l’accento del Nord. Volevo dirle che aveva il diritto di essere sé stessa, che non doveva cercare di essere qualcun altro, ma dopo tutto non era quello che facevo io, ad altri livelli? Chi non cambia il suo modo di essere di fronte agli altri?”

“Monique evade” è un libro che grida verità scomode. Per gli indigenti, gli emarginati, per gli ultimi, l’emancipazione non è mai solo un atto di volontà. È piuttosto una negoziazione sfiancante di risorse e alleanze, una battaglia anche contro sé stessi in modo da superare una vergogna che il sistema ha reso strutturale.

* Mauro Carosio è membro della redazione di Varchi