di Nicola Policicchio *
Ho domande che mi costano molto. Per favore nessuna
risposta scontata. «Contaci». Hai qualcosa da farti
perdonare? Sì. Lo prendo io. Qualcosa di cui
vergognarci? Sì. Dammelo. Di cui pentirsi? C’è. Prendo
anche quello. Paure che non fan dormire la notte?
Eccome. Voglio pure quelle, così faccio dormire la notte e
magari riposare anche te. Perchè lo fai? Per
l’ammontare, di tutto ciò che non ho saputo capire e
adesso mi tocca fare. (Alessandro Bergonzoni)
1. Introduzione
Il dibattito intorno al tema della vergogna sfugge a un accordo definitivo.
Questa difficoltà deriva, in parte, dal fatto che, pur essendo un’esperienza autocosciente dell’individuo, essa non sia scindibile dalle connessioni che legano il soggetto all’Altro (reale o immaginato) all’interno di un sistema di valori di riferimento.
In Mun, C. et al. (2019), partendo dall’attuale divergenza delle teorie esplicative proposte in letteratura, viene messo in discussione che questo termine, utilizzato nella cultura popolare con aree di significato vaste e non sempre coincidenti, abbia le caratteristiche adatte per essere utilizzato in maniera efficace nella ricerca scientifica.
Le ipotesi proposte sono, infatti, contrastanti sugli elementi causali (interni o legati ad un esposizione pubblica), sulla presenza di segnali corporei universali (che possano marcare questo tipo di esperienza in maniera univoca), sulle conseguenze prodotte e negli adattamenti (funzionali o disfuzionali) attivati.
Questo concetto può, quindi, essere pensato come un contenitore di un insieme di esperienze che, pur avendo delle caratteristiche sovrapposte, costituiscano elementi a sé stanti.
La vergogna si pone come un sentimento universalmente presente nell’esperienza umana, ma le cui peculiari manifestazioni risentono, in maniera significativa, delle variabili culturali e di contesto in cui si inscrivono.
Una possibile modalità di esplorazione della vergogna è quella di considerare, in primo luogo, alcune intersezioni rispetto all’individuo, alle società e ai gruppi per provare, poi, a ricostruirne una rappresentazione più globale.
2. Vergogna e individuo
Partendo da un vertice individuale, la vergogna si sperimenta come un generale senso di auto valutazione negativa, sia autoprodotta che recepita ed accettata come giudizio proveniente da un ente esterno.
In Akhtar, (2009, p. 264) essa “si riferisce a un’esperienza dolorosa che può essere suddivisa in cinque componenti: (1) crollo dell’autostima, (2) senso di umiliazione, (3) rottura della continuità del sé, per cui ciò che si era, nella propria mente, un attimo prima viene perso a livello esperienziale, (4) senso di isolamento e di distacco dal gruppo, e (5) sensazione di essere osservati da altri che esprimono giudizio”.
Akthar (2018) prova ad analizzare tale realtà rispetto al (1) comportamento manifesto del soggetto (accettazione/opposizione) a tale sentimento, (2) la concordanza di valori rispetto all’Altro (individuo/gruppo, reale/interiorizzato), (3) la “localizzazione” dell’esperienza (“esterno” adeguatezza/inadeguatezza rispetto all’Altro oppure “interno” compromissione della propria autorappresentazione/autostima).
Inoltre, l’autore mette in evidenza come la vergogna si possa attivare in forma di manifestazione anticipatoria, (declinandosi come ansia o inibizione), o conseguente un evento scatenante (come reazione emotiva strettamente correlata al fatto o come un senso generale di umiliazione).
In parte, questo sentimento può essere correlato ai vissuti primari di onnipotenza/impotenza; esso produrrebbe una declinazione più narcisistica connessa con un forte vissuto di inadeguatezza che può essere conservato anche in fasi successive della vita e all’interno di interazioni sociali più complesse.
Da questa processualità deriva una tensione tra una parte di amor proprio e il desiderio di quello altrui, in un campo intersoggettivo di interconnessione e mutua influenza tra l’identità e le relazioni.
Queste linee possono offrire un piano identificativo (offrendo modelli e set di valori cui poter tendere o conformarsi), ma anche esplicativo (fornendo la base razionale di giustificazione della disapprovazione ricevuta) e aiutano, in un certo senso, il soggetto a trovare il proprio posto nel mondo.
Un aspetto fondamentale della vergogna è quello della sua prospettiva temporale rispetto alla reversibilità.
Sono, infatti, estremamente differenti gli ambiti in cui questo vissuto è inserito in un contesto che prevede forme di riparazione e di reintegro nelle reti relazionali, da quelli in cui questa emozione si ascrive in maniera definitiva e non remissibile di distruzione di parte o dell’intero valore di sé autopercepito o ricevuto dall’esterno. Si può quindi considerare la vergogna come uno degli indicatori di autopercezione del proprio essere sociale che intreccia la consapevolezza del Sé con quella dell’Altro nella definizione e nelle aspettative (corrette o presunte).
Un aspetto apparentemente contraddittorio di questo sentimento sta nel fatto che esso possa condurre ad un auto o etero isolamento, ma che, contemporaneamente, esso si radichi in profondità nella relazionalità dell’essere umano.
Questo fondamento relazionale sembra conservarsi anche quando l’altro è completamente interiorizzato e fa mantenere al soggetto un senso di vergogna anche in assenza di testimoni esterni, ma attraverso standard di pensiero e comportamento che vengono assunti come propri, in una sorta di visione di sé come percepibile dall’esterno.
La vergogna non si connota come un’emozione primaria connessa biologicamente all’esperienza fin dall’inizio della vita, ma necessita di un certo grado di sviluppo sia cognitivo che di apprendimento da parte del bambino per poter essere esperita.
La componente appresa crea lo spazio in cui le differenti connotazioni culturali possono modellare questo fenomeno.
Queste connotazioni sono anche alla base delle differenze osservate nelle manifestazioni di questo sentimento nel corso della storia ed all’interno delle diverse civiltà e tradizioni comunitarie.
La vergogna è, infatti, uno dei fattori che contribuisce, alla creazione di orientamenti comuni dei gruppi fornendo uno spazio di convergenza (di incontro/scontro), tra il soggetto e la comunità, con una propria estensione con il senso di indignazione che costituisce la reazione che segnala comportamenti singoli o collettivi che si ritengono vergognosi (Turnaturi, 2012).
All’interno di questa stessa area di interazione, coesistono diversi vissuti che tendono a confondere i propri confini con quelli della vergogna, fino al punto di essere, in alcune interpretazioni, considerati come una declinazione di uno stesso costrutto: uno di questi è quello della colpa.
Da alcune prospettive è possibile connettere la colpa alla consapevolezza dell’aver compiuto una specifica azione non conforme alle norme del gruppo di riferimento e pensare, invece, la vergogna come sentimento più globale di inadeguatezza della propria individualità agli standard necessari all’appartenenza al medesimo gruppo.
Tuttavia, tali esperienze tendono a sovrapporsi e confondersi in diversi punti, rendendo estremamente difficile un preciso discrimine tra le due.
In molti casi, sono gli elementi di cornice culturale, dei valori della collettività e dell’individuo a fornire le chiavi per provare a dare un significato allo specifico accadimento.
Una particolare forma di vergogna sembra originarsi nel soggetto non direttamente a partire dalle proprie incapacità o fallimenti, ma si attiva nel confronto tra la propria posizione ed il destino altrui.
Nella differenza emersa in questo raffronto possono suscitarsi emozioni dolorose sia rispetto al mancato successo personale, ma anche, in maniera opposta, attivare un disagio, in alcuni casi estremamente intenso, rispetto ad una fortuna che non si sente meritata, come nel caso del biasimo (spesso commisto ai sensi di colpa) riportato dai sopravvissuti a catastrofi o altri eventi traumatici. (1)
Turnaturi (2012) collega anche il silenzio mantenuto da tante vittime di violenza agli effetti derivanti dalla vergogna rispetto all’incapacità di difendersi nella propria soggettività e di essere stati non riconosciuti e trattati dall’altro come oggetti.
Sempre su un piano difensivo, ma rivolgendo l’attenzione al mondo interiore soggettivo, a volte, l’intensità dei sentimenti negativi connessi alla vergogna, porta l’individuo a processi mentali di attenuazione o trasformazione del vissuto.
Il distanziamento e la restrizione delle sensibilità a volte evidenziato rispetto a temi che possano suscitare vergogna o indignazione, non avviene solamente rispetto ai contenuti, ma come elemento protettivo che tuteli l’equilibrio interiore; in altri casi, si osserva una sorta di conversione del sentimento che assume, sempre con indirizzo di autotutela, le forme della rabbia o del risentimento (Mun et al., 2019).
D’altro canto, la vergogna nella sua capacità di messa in discussione dei comportamenti e del proprio sistema di valori, permette anche azioni potenzialmente evolutive per l’individuo, ponendolo di fronte alle proprie contraddizioni e stimolandolo a un superamento dei propri limiti (si pensi all’aporia socratica come preludio per la fase maieutica) (ibidem).
Allo stesso tempo, questo sguardo esterno/interno che accompagna l’individuo, può costituire una valida guida nella creazione di una con-vivenza, e di una comunità di sentimenti, una visione condivisa di ciò che si ritiene degno (Turnaturi, 2012).
Questa rapida e non esaustiva panoramica sembra già evidenziare i limiti di un approccio conoscitivo della vergogna che tenga conto esclusivamente del piano della singola persona, spingendo ad interrogarsi sui contenitori e sulle reti in cui il soggetto trascorra la propria esistenza.
3. Vergogna e società
Il sociale costituisce, quindi, una componente fondamentale del vissuto di vergogna conferendo gli aspetti peculiari che rendono l’esperienza, per come sperimentata dall’individuo, non omogenea nei vari contesti al di là delle differenze attribuibili esclusivamente al soggetto.
Pertanto un’osservazione della vergogna può esprimere diverse delle caratteristiche fondamentali pertinenti ad una particolare comunità o società.
I contenuti che diventano i temi del vissuto indicano le norme, i valori e gli ideali che orientano il sentire comune.
Il fatto che la vergogna nasca come relazione tra l’individuo ed il contesto culturale della società, porta la diffusione del vissuto stesso all’interno della società e l’ampiezza del gruppo di riferimento (quindi la presenza di aspetti culturali condivisi) a correlarsi positivamente con un più ampio senso di appartenenza e coesione collettiva.
Negli spazi comunitari più individualistici, anche in conseguenza a un più frequente ricorso a giudizi più autocentrati e a una maggiore frammentazione sociale, si osserva tendenzialmente una riduzione di sperimentazione di questo sentimento nella popolazione.
Tradizionalmente si tendeva a contrapporre le cosiddette società della colpa rispetto a quelle della vergogna, con un’implicita valutazione delle prime come espressioni più evolute delle seconde (vedi ad es. Akhtar, 2018; Turnaturi, 2012). (2)
Tuttavia l’osservazione mostra, ad esempio, che le società orientali (tra cui quelle cinesi, giapponesi, indiane, coreane…) che hanno un grado di complessità comparabile alla nostra, utilizzino la vergogna come un fondamentale mediatore sociale (Akhtar, 2018; Stearns, 2017).
Il rischio nelle analisi di tipo comparativo tra diversi assetti sociali è quello, nel nostro caso, di subire pregiudizi da parte della cultura occidentale (i cui assunti possano essere presi implicitamente come riferimento) rispetto alle altre forme sociali presenti sul globo.
La situazione effettiva si declina in realtà molto più sfaccettate.
Pur tendendo a manifestarsi in maniera non simmetrica (quindi, nelle diverse culture mostra una certa prevalenza dell’una sull’altra), la colpa e la vergogna tendono a coesistere all’interno delle diverse società ed agire entrambe sugli individui, sulle dinamiche complessive del sistema e sulla struttura di norme e di valori che ne regolino l’esistenza.
Infatti, sia un’analisi storica che una cross culturale fanno emergere la vergogna quale elemento fondamentale di interazione tra l’individuo e la comunità di riferimento, mediando tra le differenze soggettive e la necessità dei collettivi di gestire la struttura e l’ordine interno, spesso in alternativa o in compresenza con l’utilizzo della colpa (ibidem).
Questa funzione si esplicava sia attraverso le interazioni informali che mediante riti specifici formalizzati: la vergogna, oltre che ad avere un origine interiore, può essere anche inflitta dall’esterno.
In questa accezione, essa diventa azione pubblica, mette in discussione il posizionamento del soggetto all’interno della comunità di appartenenza e, potenzialmente, mina anche la rete dei suoi rapporti.
Due elementi strutturali di regolazione e controllo sociale come l’educazione e la sanzione delle devianze, pur nelle proprie specificità, mostrano aspetti correlati all’uso formalizzato di questo sentimento connessi alla produzione di comportamenti coerenti con l’assetto culturale.
In entrambi gli ambiti il ricorso all’induzione della vergogna ha affiancato e, in parte sostituito, quello delle punizioni fisiche o di altro genere.
L’umiliazione degli studenti poco motivati o indisciplinati è una pratica che spazia dalla reprimenda di fronte ai pari, all’imposizione di gesti o comportamenti che rendano esplicito lo stato di inadeguatezza (si pensi ad esempio la pratica del cosiddetto “cappuccio d’asino” nelle scuole ottocentesche).
Nella sanzione penale si faccia riferimento a strumenti quali le berline, le gogne o i segni distintivi da dover mostrare pubblicamente (si pensi ad esempio al romanzo della Hawtorne) (3), in alcune situazioni l’atto punitivo era orientato a durare nel tempo e a colpire l’immagine familiare, come nelle forme dei monumento o lapidi che perpetravano la memoria dei misfatti veri o presunti. (4)
Un utilizzo estremo si osservava in quei casi in cui, prima della esecuzione capitale, il condannato veniva esposto alla folla con intenti sia di ulteriore umiliazione della persona, che nella creazione di un’azione deterrente verso nuovi crimini rispetto agli astanti.
Altri elementi di protezione della società sono stati attivati nel campo degli scambi commerciali, dove l’affidabilità costituiva un elemento critico per il mantenimento dei commerci e l’essere svergognati poteva mettere a repentaglio la continuazione della propria attività.
In diverse comunità la capacità di provare vergogna era ritenuto un elemento fondamentale della rettitudine degli individui, ponendo invece delle ombre sulle persone che si mostravano meno sensibili a questa emozione (Stearns, 2017).
In caso di conflitto e di guerra, l’indignazione verso il nemico e la vergogna promossa ai danni dei renitenti costituivano (insieme ad altri elementi sanzionatori a volte estremi, fino alla pena di morte) spinte efficaci nel motivare le persone in scelte potenzialmente fatali a proprio svantaggio.
Gli aspetti sociali della vergogna si manifestano quindi in maniera bidirezionale sia da parte dell’individuo nel tentativo di conformarsi ed appartenere alla comunità, che in senso inverso, con funzioni di regolazione dei rapporti e di esercizio dell’autorità all’interno del sistema.
Infatti, seppure la vergogna possa essere vissuta anche in gruppi egalitari, spesso è stata anche uno strumento per la difesa delle gerarchie e il mantenimento o l’utilizzo del potere.
Ciascuna organizzazione definisce oltre che ai rapporti di forza che la caratterizzano anche delle narrative che ordinano l’insieme dei valori e degli atteggiamenti a cui l’individuo deve conformarsi per potersi sentire adeguato ed appartenente.
Spesso gli elementi di cambiamento sociali sono stati mediati, da contemporanee emersioni di nuovi sistemi di valori e narrazione con i relativi elementi di onore e di vergogna.
Ovviamente, nelle società chiunque abbia il potere di definire questi movimenti (sia essa un’autorità religiosa, istituzionale, morale o una entità carismatica all’interno della comunità), può contemporaneamente definire gli ambiti di comportamento e avere un potente strumento di controllo delle potenziali entità rivali.
Il campo politico diventa quindi una delle aree focali di esercizio della vergogna, mescolando piani esistenziali con elementi di dinamiche sociali, creando un ulteriore livello di complessità: oltre che alla “fisiologica” mediazione rispetto ai comportamenti sociali, tale sentimento può essere utilizzato strumentalmente nelle situazioni di conflitto per la conquista e/o il mantenimento di posizioni di potere.
Durante questi scontri, le diverse parti mettono in campo piani valoriali e di narrazione differenti con specifici confini di ciò che suscita vergogna/indignazione e cercando di attivare tale vissuto rispetto a contenuti differenti, a volte anche completamente contraddittori tra di loro. (5)
La forte componente emotiva di questo sentimento e la capacità di influire in maniera profonda nei sistemi di relazione nell’espressione delle competenze individuali ha favorito un grande investimento rispetto a questo piano con effetti riscontrabili anche nel mondo contemporaneo.
L’interesse per gli altri e il senso di appartenenza e responsabilità verso la comunità (l’”I care” di Lorenzo Milani) porta a connettersi ed attivarsi anche rispetto ad eventi non immediatamente avvenuti all’interno della propria rete prossimale.
Questo coinvolgimento nelle vicende pubbliche, può comportare un ampliamento dei vissuti di vergogna e di indignazione nell’individuo, in una forma di partecipazione che può contribuire (insieme alla funzione giuridico normativa) in maniera positiva alla tutela del proprio ambiente sociale, al prendersi cura dei beni comuni e alla difesa del sistema di valori che si ritiene importante (6).
Spesso, il rapporto tra individuo e società non è diretto, ma mediato da entità intermedie che si costituiscono come gruppi e che offrono spazi peculiari di esperienza e di interfaccia oltre che con il mondo esterno, anche tra le diverse parti del Sé nelle sue componenti di identità sociale e rete relazionale.
4. Vergogna e gruppi
A partire dai primordi della nostra specie, in maniera simile ad altri primati, l’esperienza umana si è organizzata intorno a nuclei di diversi individui che erano connessi da interazioni sociali.
L’evoluzione storica ha aumentato in maniera considerevole la numerosità degli aggregati umani e la complessità dell’organizzazione sociale.
La mediazione dei gruppi e delle comunità di riferimento, a partire da quella familiare ha mantenuto un’importanza fondamentale nella connessione degli individui con il mondo esterno.
Anche per quanto riguarda il sentimento della vergogna i gruppi di riferimento possono influire in maniera fondamentale nella sua conformazione e nella sua esperienza.
Il manifestarsi della vergogna dipende dal vissuto dell’intersoggettività, del suo declinarsi come giudizio che riceviamo da un Altro concreto o immaginato.
La costruzione del sistema di valori dell’individuo avviene attraverso l’esposizione alla cultura di appartenenza ed i gruppi sono un potente veicolo cognitivo ed affettivo di passaggio di concetti ed emozioni condivise, oltre che occasione di vivere in maniera diretta l’esperienza di inclusione ed esclusione.
L’essere in un gruppo costituisce il fondamento della propria identità sociale interagendo in maniera dinamica anche con la propria rappresentazione individuale.
Attraverso il sentimento di appartenenza, il sentimento di orgoglio e quello di vergogna possono essere provati anche per azioni commesse da un altro membro dello stesso gruppo.
In questa funzione, il gruppo si pone, inoltre, come un elemento di per sé capace di generare o mitigare vergogna e mediarne gli effetti dove essa venga ad originarsi al di fuori dei propri confini.
Si pensi, ad esempio, alla possibilità di un bambino di tornare a casa e ripensare agli avvenimenti avvenuti a scuola con la propria famiglia.
Partendo dall’osservazione della parte più interna, il gruppo pone immediatamente al soggetto il tema dell’appartenenza, mettendo l’individuo di fronte ad un sistema di regole e di valori che, inizialmente, determinino la sua possibilità di essere ammesso e, successivamente, la sua posizione rispetto agli altri.
In maniera simile ad altri sistemi, il gruppo dispone di proprie funzioni e caratteristiche che tendono a mantenerne equilibri e stabilità sufficienti alla propria sopravvivenza, ma anche risorse e potenziali che lo possano aprire ad evoluzioni ed adattamenti all’ambiente.
La vergogna può contribuire, insieme ad altri sentimenti alla regolazione dei processi ed essere attivato sia volontariamente che in maniera involontaria, diventando uno dei fattori di omeostasi.
La vergogna in questo senso si connette al rapporto tra l’individuo, la cultura, il sistema di valori del gruppo oltre che le dinamiche di potere e di interazione tra i vari membri.
In alcuni casi, l’umiliazione fa parte dei riti di ingresso e di iniziazione di coloro che chiedono accesso, con l’intenzione di proteggere le gerarchie presenti e di valutare l’intensità del desiderio di adesione del novizio, come anticipatore della fedeltà al gruppo medesimo.
La pressione ricevuta all’interno dei gruppi, sia attraverso spinte di tipo sociale (si pensi, ad esempio, al classico esperimento di Asch sulla percezione) (7), ma anche attraverso processi dinamici con connotazioni emotive o affettive, può essere intensa e mettere in discussione il sistema di valori individuale.
La potenza dei legami, il timore dell’esclusione ed in generale gli effetti del gruppo che attivano elementi di angoscia, conflitto, difese ed elaborazione specifici, sono fattori che contribuiscono al potenziale superamento delle posizioni soggettive. (8)
Questa capacità espansiva offre un potenziale rigenerativo ed evolutivo nelle occasioni più favorevoli, un ambiente di elaborazione e superamento degli stati più patologici della vergogna, promuovendo elementi di riparazione e di sviluppo anche attraverso le funzioni che, pur evidenziate come agenti nei gruppi terapeutici, possono attivarsi in proporzioni diverse anche in altri contesti. (9)
Il contesto gruppale funzionale, può anche accogliere il senso di vergogna e di inadeguatezza generato dalle difficoltà evolutive e/o di apprendimento.
Esso può offrire accoglienza a questo sentimento (mantenendone gli aspetti promotori del cambiamento e dello sviluppo), tutelando, allo stesso tempo, il senso di integrità complessiva del soggetto ed ottimizzando, anche attraverso le funzioni sopra menzionate, le potenzialità di acquisizione di conoscenze e consapevolezza.
Un esempio di queste dinamiche è osservabile nei buoni gruppi di apprendimento tra pari.
Tuttavia, il gruppo, soprattutto se disfunzionale, attiva un proporzionale rischio di omologazione del pensiero da una parte e di trasgressione dei confini etici (nelle esperienze più devianti), anche attraverso meccanismi di diffusione della responsabilità e di attenuazione della vergogna anticipatoria.
L’attrazione verso i gruppi disfunzionali è, a volte mediata, anche dal sentimento della vergogna: in risposta ad un senso di esclusione/umiliazione dai gruppi di riferimento può infatti spingere verso nuove appartenenze, sia in termini oppositivi che nella ricerca di nuovi supporti alla propria identità ferita, con un ruolo potenziale anche nei fenomeni di radicalizzazione (Benslama, 2013).
Avendo brevemente osservato alcuni degli incroci tra la vergogna ed i diversi livelli di individuo, società e gruppo è possibile utilizzare questi riferimenti per riflettere sul tempo contemporaneo nella nostra collettività.
5. Vergogna nel mondo contemporaneo
Non è mai facile interrogarsi su ciò che ci circonda e di cui facciamo parte, la possibilità di non considerare gli impliciti o di non percepire punti ciechi è significativa, in particolare quando il tema di analisi tocca le nostre credenze e sistema di valori.
Allo stesso tempo, la particolare disposizione delle forme della vergogna nei differenti piani dell’esperienza umana, potrebbe costituire un punto di vista privilegiato nel cercare uno sguardo critico sulla nostra contemporaneità (Turnaturi, 2012).
Un’analisi dettagliata di questo tema supera le possibilità di questo lavoro, verranno utilizzati tre vertici osservativi attorno ai quali articolare alcune considerazioni.
6. Modelli
Il primo punto di osservazione è quello che sembra emergere come desiderabile rispetto alle narrazioni mainstream a livello sociale.
Turnaturi (2012) sottolinea come lo spostamento del piano di interesse da quello collettivo a quello individuale, con la messa in discussione dei valori e delle istituzioni tradizionali (10), abbia aperto il campo a un nuovo orientamento dei desiderata sociali. (11)
Il ruolo di guida ed orientamento sembra essere ricoperto attualmente dal mondo dello spettacolo e dalle comunità virtuali mediate dal web.
Nella narrazione prevalente (coerentemente con gli ideali liberisti attualmente predominanti in politica ed economia) i soggetti sono liberi nelle scelte e dovrebbero autodeterminarsi ed esprimersi nella massima autenticità, ricercando il piacere e la propria felicità. (12)
Contemporaneamente, lo stesso contesto è caratterizzato da una fortissima competitività, rendendo meno centrale l’area della solidarietà e dei valori condivisi, promuovendo invece spinte al dover prevalere e rinforzando l’importanza attribuita all’adeguatezza ed al successo, spesso mettendo in secondo piano i mezzi necessari per il suo conseguimento (di cui ci si potrebbe vergognare).
Lorusso (2018) riflette come, parallelamente all’evoluzione culturale, ci sia stato un progressivo investimento collettivo rispetto a questi media, contribuendo a quel fenomeno indicato come “post verità” in cui il giudizio di credibilità viene mediato maggiormente da elementi emotivi rispetto ai dati fattuali e le argomentazioni logiche.
Uno dei derivati di questo spostamento dell’asse degli orientatori sociali è nella posizione soggettiva: da una parte si è spettatori ed osservatori di contenuti che vengono presi come riferimento, dall’altra diventa desiderabile avere successo, essere visti.
Si osserva questa traslazione anche nei fenomeni di attacco sociale subiti da chi prova a ricorrere ai valori tradizionali ed invoca sentimenti di vergogna o indignazione rispetto ad alcuni comportamenti una volta chiaramente trasgressivi ed ora viene accusato di essere un moralista sorpassato e viene ridicolizzato a sua volta (Turnaturi, 2012).
La condizione di valore (ed in alcuni casi anche la percezione della propria esistenza) tende a coincidere con la propria visibilità, conformando i comportamenti ed i vissuti in questa direzione, arrivando, come alcuni casi di cronaca mostrano a filmare e divulgare le proprie azioni devianti o delinquenziali. (13)
La vergogna tende quindi a perdere connotazioni morali e a sanzionare la poca popolarità o il non essere in grado di essere sani, belli e felici, con un mutamento dell’osservatore interno nella forma di una platea che assiste e giudica le performances individuali ed uno spostamento del piano privato con quello pubblico (vedi Turnaturi, 2012; Stearns, 2017; Lorusso, 2018). (14)
L’insieme di questi fattori tende a produrre ideali non sempre realistici da riprodurre (15), ponendo i soggetti a rischio di vergognarsi di sé stessi rispetto alla propria incapacità di essere adeguati a questi standard che attraversano le diverse sfere dell’esistenza dal piano relazionale al rapporto con sé stessi e la propria immagine (si prendi ad es. ai fenomeni di “body shaming” in cui la persona è squalificata per le proprie sembianze corporee).
La vergogna in sé come sentimento è stata storicamente attaccata, con una particolare serie di riflessioni riguardanti la sua non eticità ed efficacia sia nel sistema educativo/scolastico, sia in quello penale (16) (Stearns, 2017).
Dal punto di vista individuale, la vergogna quanto maggiormente perde il suo valore di indicatore comportamentale sociale, proporzionalmente assume connotato di malessere/malattia, un deficit emotivo che stempera fortemente il suo statuto etico, per essere assunto nell’ambito terapeutico (spesso non come fenomeno da interrogare rispetto alla forma esistenza ed esperienza nel mondo, ma come mal funzionamento da correggere) (Turnaturi, 2012).
In un contesto culturale orientato al funzionamento e al poter essere visti come immagini delle condizioni desiderabili, la vergogna sanziona le persone incapaci di creare e modellare sé stessi in maniera adeguata.
7. Liquidità
Gli aspetti plastici proposti agli individui si inseriscono in una più ampia cornice sociale in quella che Bauman (2011) definisce modernità liquida.
La progressiva perdita di stabilità e durata dei punti di riferimento sociali si riflette sulla natura del sentimento di vergogna, creandone forme che tendono a riprodurne i connotati locali e temporanei, generando sia a livello collettivo che individuale identità sociali maggiormente frammentate.
Turnaturi (2012) ipotizza che la spudoratezza, come scarsa capacità di provare vergogna sia una forma di difesa dalle angosce derivanti da questo ampio stato di incertezza ed inquietudine.
La rottura dei nessi sociali ampi e dei vincoli di continuità temporale favorisce l’emersione di rappresentazioni e sentimenti connessi ad aspetti più locali e (apparentemente, come vedremo in seguito) evanescenti, in una sorta di “identità liquida”.
In questa logica più ristretta, in cui i collegamenti tra le varie aree vengono attenuati e resi più trasparenti, le potenzialità dell’individuo rispetto alla propria autorealizzazione, vengono esaltate a prescindere dai legami di contesto.
L’assunto dell’ipotetica parità di partenza, che presuppone che ogni individuo potenzialmente possa raggiungere qualsiasi obiettivo, sembra promuovere una logica egalitaria, e promuovere l’empowerment soggettivo.
Tuttavia, la non considerazione dei determinanti sociali di partenza comporta un grande rischio di svalutazione personale di chi non riesca ad avere successo, facendolo sentire responsabile delle proprie difficoltà, aggiungendo umiliazione e vergogna alle situazioni problematiche o di disagio già direttamente sperimentate.
Se una “vergogna forte” presuppone un senso del Sé coeso, un’organizzazione più frammentata è più compatibile con la possibilità di esperire in maniera più libera e meno elaborata parti di sé contraddittorie ed incoerenti (ibidem).
Dal punto di vista dell’individuo questo sembra favorire una maggiore adattabilità a diversi contesti, ma a prezzo di indebolirne le connessioni reciproche e la consapevolezza di unitarietà della propria soggettività sia nelle diverse aree di esperienza che rispetto ai portati storici ed autobiografici che legano passato, presente e futuro.
Dal punto di vista sociale questo favorisce la possibilità di far coesistere parti apparentemente prosociali con azioni che possono essere ritenute riprovevoli, ma che vengono compiute come se non fossero state fatte dalla stessa persona da una parte o giustificate nel generale “così fan tutti” (ibidem), con una tendenza alla normalizzazione di comportamenti che oltre a provocare, in alcuni casi, sanzioni legali, potevano essere motivo di vergogna. (17)
Tali culture emozionali, attraversano i vari livelli di esistenza dell’umano, arrivando a rappresentazioni politiche ed organizzative omogenee con queste distribuzioni anche in funzione dei gruppi ampi o ristretti a cui l’individuo sente di appartenere, quindi alle dimensioni della communitas a cui rispondere e di fronte a cui vergognarsi. (18)
Uno dei parametri che può infatti essere utilizzato per la lettura del piano politico è proprio quello di tale ampiezza, che spazia dal prossimale al globale e che connette alla possibilità di connettere la propria identità sociale dalle forme più ristrette (individuale, di coppia, familiare), a quelle più ampie (nazionale, internazionale, globale).
Questa rete di connessioni può suscitare vergogna e/o indignazione in maniera correlata direttamente alla ampiezza ed all’intensità dei legami e della condivisione di valori che possono essere del tutto soggettivi o tendere all’universalità, come ad esempio la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo (1948).
Quando tali appartenenze sociali e valoriali si fanno più ristrette si osservano i fenomeni di marginalizzazione, che comporta spesso violenza strutturale in cui a determinati gruppi non vengono garantiti adeguati diritti o risorse e ingiustizie epistemiche quando agli stessi gruppi viene ridotta la possibilità di autorappresentarsi o di far emergere le proprie prospettive o testimonianze.
Spesso questi processi sono accompagnati da fenomeni di stigmatizzazione ed utilizzano, tra gli altri mezzi anche la vergogna quale regolatore dei conflitti e dei rapporti di forza, che a loro volta sono stati, in alcuni casi, di contrastare questi meccanismi e a modificare la sensibilità collettiva ed il relativo piano della vergogna (vedi ad es. Mun et al., 2019) contribuendo alla mutevolezza dinamica del sistema.
Un ultimo aspetto qui considerato riguarda il rapporto tra liquidità, vergogna e mondo del lavoro.
La precarietà derivante dallo sviluppo neoliberista attualmente dominante su scala globale (Monbiot e Hutchison, 2024) ha comportato un’ulteriore perdita di stabilità nelle identità sociali, essendo il ruolo lavorativo un elemento di rilievo dell’autorappresentazione individuale e di posizionamento nella comunità. (19)
La vergogna può in questo campo manifestarsi sia come elemento conseguente alla mancanza o alla perdita del lavoro, ma anche in maniera anticipatoria promuovendo la paura di perdere, oltre che i mezzi di sussistenza, anche la propria rispettabilità o lo status sociale acquisito.
Il sistema culturale prima menzionato tende ad identificare il soggetto quale eventuale responsabile di queste evenienza, nella sua incapacità rispetto al compito, o alla sua mancanza di adattamento alle situazioni mutevoli e, in senso ampio, alle esigenze di mercato.
Questo passaggio porta quindi a collegare queste occorrenze (o il timore che possano avverarsi e che colpisce anche persone in posizioni in quel momento stabili) quale indicatore del proprio stato di inadeguatezza, minando il senso e la stima di sé, producendo quindi in maniera ampia sentimenti di vergogna, che possono essere accentuati dal giudizio proveniente dalla comunità di riferimento.
In questo modo, attraverso la vergogna, il peso di disfunzioni sociali tende a collassare sul soggetto (spesso investendo anche aree diverse del Sé oltre a quelle connesse direttamente con il lavoro), crea un grande disagio individuale, inibisce le istanze critiche collettive costituendo in questo modo un forte elemento di conservazione dei processi del sistema.
8. Tecnologia
Uno dei fattori che maggiormente sta incidendo nel mondo contemporaneo e, conseguentemente sulla vergogna, è il mondo tecnologico.
Lovelock (2019) ipotizza il raggiungimento di una nuova era geologica da lui definita Novacene, caratterizzata dalla raggiunta capacità degli esseri umani di provocare cambiamenti geologici e gli ecosistemi dell’intero pianeta, secondo l’autore la tecnologia si muove al di là del nostro controllo e può creare intelligenze maggiori e molto più veloci della nostra. (20)
Le ricadute sulla vita quotidiana sono molteplici ed hanno conseguenze potenzialmente cruciali per la stessa sopravvivenza della nostra specie.
Anche nell’ambito più circoscritto della nostra riflessione, possiamo evidenziare diverse intersezioni tra questi piani, con conseguenti influenze sui vissuti contemporanei della vergogna.
Ritornando all’ultimo argomento osservato dal vertice precedente, il sistema di produzione ed in generale il mondo del lavoro hanno subito nel corso della storia profonde riconfigurazioni nel numero del personale necessario e nelle competenze necessarie per accedere ai contesti lavorativi.
In questo modo, lo sviluppo tecnologico (in assenza di correttivi culturali, politici o di sistema) contribuisce alla progressiva riduzione della necessità di forza lavoro, esacerbando quelle dinamiche di competizione, inadeguatezza ed incertezza sopra menzionate.
Ad esempio, l’intelligenza artificiale generativa si è inserita come nuovo “competitor” sociale ampliando progressivamente la coorte dei lavoratori potenzialmente esclusi dal mercato, colpendo anche le professioni creative ed intelletto. (21)
In generale, la progressiva digitalizzazione fa emergere la necessità di nuove competenze di interfaccia con questi strumenti che oltrepassano gli ambiti puramente professionali ed investono ampie zone della vita quotidiana creando nuove forme di vergogna ed inidoneità percepita e sperimentata. (22)
Uno spazio tecnologico ormai quasi onnipresente per grande parte dell’umanità è quello di internet.
All’interno del mondo virtuale sono diversi gli elementi che stanno rimodulando l’attuale esperienza della vergogna.
Infatti, l’ambiente digitale è dotato di caratteristiche tipiche che modellano diversi dei parametri che regolano questo sentimento.
Partendo dai parametri fondamentali di esistenza, spazio e tempo sono possibili alcune riflessioni sulle particolarità di questa dimensione e degli effetti che possano avere sui vissuti.
Riguardo l’esistenza, il mondo informatico permette l’immissione con costi relativamente molto bassi di ogni genere di informazione a prescindere dalla veridicità dei contenuti (Roozenbeek; van der Linden, 2024), l’odierna tecnologia permette di generare contenuti (anche visivi) inventati, con grande realismo e la sopra menzionata predisposizione alla post verità, spesso abbassa il livello critico dell’uditorio aumentando la possibile divulgazione di tali notizie.
Uno dei possibili obiettivi della informazione non veritiera è quello di generare discredito nei confronti di qualche particolare gruppo o soggetto utilizzando strumentalmente il sentimento della vergogna, queste azioni possono essere estemporanee o organizzate, fino ad essere utilizzate attivamente in campo politico e nella gestione della guerra ibrida che affianca strumenti non convenzionali all’arsenale bellico più comunemente impiegato. (23)
Ad esempio, i servizi di intelligence, oltre che alla raccolta di informazioni di ordine strategico hanno spesso nella tecnologia un potente insieme di strumenti di reperimento di dati ed informazioni che possono essere utilizzati a scopo di intimidazione, coercizione o diffamazione di avversari o nemici.
Aspetto peculiare rispetto alla veridicità, è la relativa facilità a muoversi in uno stato di anonimato o sotto mentite spoglie (a volte solo in maniera presunta), questo tipo di presenza influisce sulla possibilità di muoversi con maggiore libertà rispetto ai propri canoni morali, in quanto la sensazione è che si possa agire al di là dello sguardo esterno (ed a volte anche quello interno) permettendo una maggiore facilità di espressioni ed azioni anche aggressive o devianti.
Il parametro di spazio è altresì, mutato: tradizionalmente l’ambito della vergogna era circoscritto alla rete prossimale, mentre adesso ogni notizia è potenzialmente raggiungibile a livello globale.
Questo effetto potenzialmente amplifica la portata del senso di esclusione, lasciando la persona umiliata con scarse possibilità di trovare un luogo non potenzialmente raggiunto dalla propria onta.
Inoltre, la possibilità di scambio a livello globale aumenta la possibilità di accesso a gruppi e sistemi di valori differenti promuovendo in alcuni casi ibridazioni ed omogeneizzazione dei valori, ma permettendo contemporaneamente la creazione di gruppi ristretti che, anche grazie ad alcune caratteristiche tipiche dello strumento, possono condividere culture estremamente specifiche. (24)
Le interazioni tra queste differenti comunità, che spesso hanno una forte valenza identitaria e di appartenenza, sono spesso legate a processi di indignazione e/o di vergogna, attivando nel mondo virtuale conflitti riconducibili a quelli vissuti nel mondo concreto.
Il fattore temporale nel mondo virtuale assume alcuni aspetti apparentemente paradossali: da una parte il flusso incessante di informazioni sembra diluire gli elementi della vergogna, spostando l’interesse dall’evento specifico a qualche nuovo contenuto, dall’altra, tuttavia, la traccia dei contenuti passati rimane dentro la memoria e può essere utilizzata, a volte dopo anni, anche in maniera strumentale, gettando discredito ed avendo conseguenze anche sul mondo reale (Stearns, 2017; Mun et al., 2019).
La creazione del mondo virtuale, ha quindi una grande influenza rispetto al vissuto della vergogna, costituendosi, per certi versi come un universo parallelo, dotato di proprie regole specifiche, ma determinando grandi effetti sul mondo concreto sia a livello di vita individuale, che di quella delle società e delle loro culture.
Il rapporto dialettico tra queste due realtà diventa sempre più importante in un mondo interconnesso e globalizzato molto condizionato dall’immagine e dal flusso delle informazioni, basti pensare alle ricadute finanziarie che notizie vere o mendaci possono avere sui mercati e di conseguenza nel piano economico quotidiano.
9. In conclusione
La vergogna si conferma essere un costrutto complesso ed in divenire dinamico.
Essa sfugge a definizioni riduttive e necessita di una grande attenzione ai contesti ed alle reti di interazione per poter essere letta in una maniera adeguata.
La sua analisi è complicata dal suo agire all’interno di sistemi di valori che possono essere soggetti a bias di interpretazione ed a processi personali e collettivi che possono produrre questo sentimento oltre che in semplice reazione alla discrepanza di valori e/o di azioni anche in maniera strumentale ad altri fini che agiscono in maniera sovraordinata.
La vita politica ed interpersonale si muove, inoltre, su un tessuto più frammentato ed impermanente creando situazioni mutevoli che sfuggono a letture semplificate ed assolute.
Tuttavia, questo sentimento continua, nelle sue differenti manifestazioni ad attraversare la vita quotidiana delle persone, con ricadute che possono essere ancora più intense che in passato (Stearns, 2017; Mun et al., 2019).
La necessità quindi di un’analisi complessa può essere ripagata da una maggiore comprensione delle implicazioni che questo sentimento assume nel determinato luogo e nello specifico momento, cercando, attraverso tale consapevolezza, di sfruttarne le componenti più costruttive limitando invece gli elementi più negativamente destrutturanti sia a livello individuale che collettivo.
Note
- “Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo piú generoso, piú sensibile, piú savio, piú utile, piú degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. È solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico «noi» in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. È una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride”. Levi (2014) pp. 76-77
- “Molti studiosi hanno sostenuto la distinzione fra società della vergogna (arcaiche) e società della colpa (moderne). Secondo questa classificazione le prime sarebbero quelle in cui la vergogna è il sentimento prevalente che induce a compiere azioni gloriose, gesta eroiche e a evitare atti che possano portare il disonore su di sé e sulla propria famiglia. In queste società la nozione e il sentimento della vergogna sono strettamente legati al concetto di onore e l’interdizione a compiere gesti difformi dalle norme è dovuta soprattutto al timore di sanzioni esterne, alla paura della condanna della comunità di appartenenza e dell’esposizione a riti di degradazione. Le società della colpa sarebbero quelle, più moderne, in cui si è affermato il processo di individualizzazione e in cui le norme sociali e morali sono già fortemente interiorizzate. In questo secondo tipo di società è la trasgressione a norme interiorizzate a provocare il senso di colpa e il discostarsi dalle regole è causa di sofferenza e disagio tutti interiori.” Turnaturi (2012) p. 96
- Nella Lettera scarlatta del 1850 si narra appunto della storia di una persona accusata di adulterio e costretta appunto a dover indossare tale segno cucito ai propri vestiti.
- Si pensi, tra le altre, alle vicende illustrate da Manzoni nel suo saggio sulla colonna infame.
- Si pensi alla profonda polarizzazione che si attiva attorno a temi quali l’orientamento sessuale, il diritto all’aborto o più recentemente le posizioni rispetto alle politiche vaccinali durante la pandemia del COVID 19 e come il dibattito abbia spesso ospitato temi (ed anatemi) di vergogna ed indignazione verso le parti avverse.
- Ovviamente nella consapevolezza che le diverse parti potranno avere diverse priorità e rappresentazioni di ciò che si considera positivo.
- Esperimento del 1951 in cui si è osservata la tendenza di una percentuale significativa delle persone studiate a conformarsi alla percezione visiva, seppur errata, data dalla maggioranza (composta da collaboratori dello sperimentatore) anche negando le proprie evidenze percettive.
- Si pensi ad esempio alla “mente di gruppo” che Neri (2003) definisce come il sistema di relazioni che occorre tra le menti dei singoli partecipanti e che non si riducono alla mera somma dei contributi dei singoli partecipanti.
- Tra essi ricordiamo: Infusione della speranza, Universalità, Informazione, Altruismo, Sviluppo di tecniche di socializzazione, Comportamento imitativo, Apprendimento interpersonale, Coesione di gruppo, Catarsi, Fattori esistenziali. Yalom; Leszcz (2022)
- In quel piano di pensiero definito da alcuni autori come “post modernità”, Vedi ad es Cianconi (2015).
- Come sempre, il discorso è nei fatti più complesso: ad esempio il concetto di onore che nella società occidentale ha perso la propria centralità, ha ancora un peso importante in grandi culture contemporanee, in particolare in oriente, vedi ad es Stearns, (2017)
- Questo movimento è coerente anche con logiche di mercato, incentivando il consumo e rendendo il benessere un’area di compravendita sia di prodotti che di servizi.
- Uno degli ultimi episodi, citato ad esempio: https://www.rainews.it/articoli/2026/03/il-manifesto-del-13enne-che-ha-accoltellato-la-professoressa-la-uccidero-le-piace-umiliarmi-cd7d4c6e-4d18-4432-869f-5f739f46859d.html (consultato in data 12 aprile 2026)
- Si pensi alla spettacolarizzazione delle storie private all’interno dei diversi media o a format come, ad esempio, i reality show in cui la fiction viene presa come reale ed il punto di interesse é la possibilità di entrare nella sfera intima, privata di altre persone (siano esse sconosciute o famose). Per approfondire si può leggere Postman, Postman (2005) saggio molto lucido nel cogliere queste tendenze in un tempo estremamente precoce (la prima edizione è del 1985).
- Infatti i riferimenti alla felicità ed al corpo per esempio, non si rifanno alla propria esperienza individuale, come fenomenologicamente esperita, ma tendono ad essere percepiti in funzione alla loro vicinanza/lontananza con gli standard di riferimento offerti nel mainstream. Vedi Turnaturi (2012).
- L’art. 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti. ONU (1948).
- A volte, in casi di questo genere, si fa riferimento a quei meccanismi di inversione della vergogna, sopra menzionati, con l’intento di screditare gli accusatori e/o gli indignati per tali comportamenti.
- Questi passaggi corrispondono anche a traslazioni di valori e di narrazioni, promuovendo a volte una sorta di iperinvestimento emotivo e comportamentale, spesso accompagnato da elementi simbolici espliciti ed impliciti, come ad es. si può osservare all’interno di alcuni gruppi di tifoserie sportive e nelle retoriche che narrano lo sport al pubblico.
- Vedi anche Mun et al. (2019).
- Lo stesso autore nel 1979 aveva aperto la cosiddetta ipotesi Gaia, in cui teorizzava l’intero pianeta come un sistema sinergico ed autoregolante.
- Per un approfondimento più dettagliato delle varie ricadute di questa potente tecnologia vedi ad es. Kaplan (2024)
- Si pensi ad es. al “digital divide” e lo stato di difficoltà, esclusione derivante da una mancato accesso o un’insufficiente competenza nell’interazione con le piattaforme informatiche e come esse siano attualmente pervasive in aree come quella sanitaria, nella movimentazione di denaro ed in generale per l’accesso a diversi beni e servizi, compresa la necessità di accedere ad alcuni enti pubblici esclusivamente in via telematica, certificando in maniera digitale la propria identità.
- A volte grazie a tecnologie specifiche, o ad operatori automatizzati.
- Si fa riferimento al fenomeno delle cosiddette bolle informative, in cui attraverso la mediazione di algoritmi, le persone tendono ad essere esposte nel web a contenuti coerenti con le scelte di ricerca e di visualizzazione precedentemente fatte, creando quindi microambienti omogenei rispetto al valore di riferimento e poco esposti a visioni differenti e/o critiche. Vedi ad es. Roozenbeek; van der Linden (2024); Lorusso (2018).
BIBLIOGRAFIA
Akhtar, S. (2009), Comprehensive Dictionary of Psychoanalysis. Routledge.
Akhtar, S. (2018), Shame: Developmental, Cultural, and Clinical Realms. Routledge.
Bauman, Z. (2011), Modernità Liquida. Laterza.
Benslama, F. (2013),La psychanalyse à l’épreuve de l’Islam. Flammarion.
Bergonzoni, A. (2022), Aprimi cielo: Dieci anni di raccoglimento, articolato. Garzanti.
Cianconi, P. (2015), Addio ai confini del mondo. Per orientarsi nel caos postmoderno. Franco Angeli.
Kaplan, J. (2024), Generative Artificial Intelligence: What Everyone Needs to Know ®. Oxford University Press.
Levi, P. (2014), I sommersi e i salvati. Einaudi.
Lorusso, A.M. (2018), Postverità: Fra reality tv, social media e storytelling. Laterza.
Lovelock, J. (2019), Novacene: The Coming Age of Hyperintelligence. Penguin.
Monbiot, G. e Hutchison, P. (2024), The Invisible Doctrine: The Secret History of Neoliberalism (& How It Came to Control Your Life). Allen Lane.
Mun, C. et al. (2019), Interdisciplinary Perspectives on Shame: Methods, Theories, Norms, Cultures, and Politics. Lexington Books.
Neri, C. (2003), Gruppo. Borla.
Postman, N. e Postman, A. (2005), Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business. Penguin Publishing Group.
Roozenbeek J., van der Linden S. (2024), The Psychology of Misinformation. Cambridge University Press.
Stearns, P.N. (2017), Shame: A Brief History. University of Illinois Press.
Turnaturi, G. (2012), Vergogna. Metamorfosi di un’emozione. Feltrinelli.
Yalom, I.D. e Leszcz, M. (2022), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo. Boringhieri.*Nicola Policicchio è psicologo e psicoterapeuta