I giovani e la cultura cringe

Dolcino

di Margherita Dolcino *

Un morbo semantico si aggira tra gli adolescenti e tende a contagiare tutti quegli adulti che si sentono ancora tali. Si tratta dell’utilizzo codificato di parole che passano da un significato letterale ad un altro e fungono da linguaggio cifrato capace di escludere o ridicolizzare tutti quelli che si affannano a cercare di comprendere.

Acronimi come “POV”, “LOL”, neologismi come “flexare”, “ghostare”, “cringe” sono d’uso comuni tra le generazioni, ma spesso celano un tema identitario che va bene al di là della sola moda.

Mi riferisco in particolare alla parola “cringe” che viene evocata dai giovani con l’intento di sottolineare un evento talmente imbarazzante da “frizzare” il soggetto in una sorta di immobilismo sociale ed emotivo. È l’imbarazzo l’emozione che, trasversalmente, attraversa la generazione zeta e la più recente generazione omega che, nonostante le distanze evidenti che le separano, risultano accomunate dal provare costantemente imbarazzo; è interessante scoprire come l’imbarazzo sia un sentimento talmente pervasivo da colpire il soggetto sia quando ne è protagonista sia quando risulta un semplice spettatore. Al “cringe” non ci si sottrae.

Ma da dove nasce tale parola?

Cringe, letteralmente “accucciarsi” appare per la prima volta nel 2011 per designare i film dalla comicità imbarazzante. Successivamente nel 2016 la troviamo in ambito social sul canale “you tube” nella sezione video “try not to cringe”. Nello specifico sono i video caratterizzati da situazioni ridicole ed imbarazzanti. Da qui l’utilizzo per definire imbarazzo o eventi simili con l’estensione successiva di derivati, con elementi suffissali italiani, tipo “cringiata”, “cringiare” e “cringissimo”.

Cringe sta quindi per “imbarazzante” e per tutte quelle situazioni che, nel momento in cui sono pubbliche, ossia osservate, creano disagio (Nesi, 2022).

Ma cringe è più dell’imbarazzo: è quella sensazione di essere nudi di fronte all’altro, la mancanza di protezione, il disagio esistenziale di generazioni troppo fragili dal punto di vista narcisistico, cresciute senza quello che potremmo chiamare “scudo protettivo” invocato da Donald Winnicott (1985).

Rappresenta più di una fobia sociale e più del giudizio stesso: è la sensazione del ridicolo, dello sbaglio irreparabile. Contro tale sensazione non resta che impadronirsi dell’imbarazzo e proiettarlo sull’altro nell’illusione di dominarlo. Da qui i numerosi video postati anche forti e non scevri da bullismo con l’obiettivo di rendere l’altro da me ridicolo e salvare l’immagine che ho di me stesso. Non mi espongo ma espongo gli altri in un meccanismo di sorveglianza digitale che: “Permette ai giovani di mostrarsi solo attraverso l’abuso delle immagini altrui, sfuggendo al cringe ed infliggendolo ad altri” (Katz, Ogilvie e Shaw, 2024).

“Il prossimo si è fatto sempre più astratto e ci emoziona sempre meno….è diventato notizia che riguarda l’informazione ma non il sentimento” (Zoja, 2009).

L’imbarazzo è dunque il tema dominante dell’epoca attuale a discapito della vergogna stessa da cui si differenzia.

Quest’ultima rappresenta un’emozione intensa legata al conflitto tra ideale e realtà, da cui nasce la critica interiore capace di generare un dolore profondo. Spesso quando gli aspetti ideali di una persona vengono meno, allora è proprio lì che si incista la vergogna. L’immagine che si ha di sé e che si offre agli altri è l’oggetto della vergogna ma non è necessaria la presenza dell’altro per “vergognarsi”, a volte basta la consapevolezza di essere diversi da ciò a cui vorremmo tendere e diventiamo i peggiori giudici di noi stessi in una sorta di specchio che rimanda la solitudine della vergogna.

L’imbarazzo invece è sempre riferito allo sguardo dell’altro che in una sorta di canone aristotelico deve “colpire” nello stesso spazio, nello stesso tempo e nella stessa azione: non può essere differito e mette sempre in crisi l’immagine sociale, l’immagine pubblica in maniera fulminea. Secondo alcuni studiosi avviene quando le norme sociali stesse non sono chiare in una sorta di difficoltà a capire quale sia il comportamento più giusto da tenere: “In generale si può dire che ci si imbarazza in situazioni connesse ad un fallimento pubblico, alle contraddizioni fra le richieste di ruoli diversi…all’intimità fisica ed emotiva” (Gross e Sone, 1964).

Proprio la sempre più evidente incapacità di entrare e gestire l’intimità tra i giovani può essere la causa della diffusione dell’imbarazzo. Le esperienze sensoriali, sempre più carenti e delegate alle immagini capaci ormai di sostituire il pensiero, nella loro pochezza, determinano il senso profondo di disistima e la certezza di essere continuamente sotto giudizio (Zoja, 2022).

Le informazioni poi, che girano attraverso le immagini sono sempre più prive di contenuti, viviamo in un mondo di “infomania” dove tutto si svuota di significato e si riempie di informazioni che girano velocemente sugli smartphone, sorta ormai di oggetti autistici autoreferenziati su cui si forma la propria identità e ai quali viene fornita una delega in bianco per poter gestire emozioni liberate da qualunque tonalità emotiva (Han, 2025). 

E ancora Castelfranchi ritiene che il nucleo dell’imbarazzo sia dato dalla perdita, reale o temuta, anche se momentanea, della propria “autostima situazionale” (Castelfranchi, 2005). Ancora una volta è l’hic et nunc determinante, è la recita su un palcoscenico immaginario ma con spettatori presenti che fa la differenza.

Seguendo D’Urso e Trentin (D’Urso e Trentin, 2001) per creare imbarazzo bisogna che siano presenti:

  • consapevolezza che il proprio comportamento è regolato da norme sociali
  • la presenza di un pubblico o sentire su di sé l’attenzione
  • il desiderio di conformarsi alle norme
  • l’insicurezza sulle proprie capacità e la paura del giudizio di fronte agli altri

Ed è proprio quest’ultimo punto che manda in crisi i nostri giovani sempre più insicuri e sempre più alla ricerca di un ruolo negatogli o comunque infragilito dagli adulti stessi che non sembrano più capaci di essere in grado di fornire dei modelli degni di fiducia.

Si accendono quindi tutta una serie di sintomi psicofisiologici capaci di instaurare un circuito a catena nei confronti del quale gli adolescenti, nel tentativo maldestro di sfuggirne, mettono in campo azioni aggressive ancorché violente per proteggersi dall’imbarazzo e dalle sue manifestazioni fisiche inequivocabili.

Interessante a questo proposito una recente ricerca sull’imbarazzo e sulla distanza sociale (Tang, Li, Zheng, Guo e Quian, 2023) che evidenzia proprio come ci si senta “cringiati” maggiormente in quelle situazioni non note o in presenza di sconosciuti: la mancanza di un ancoraggio e la paura di essere giudicati ha il sopravvento. Il venir meno di attaccamenti sicuri e la convinzione che il giudizio passi prevalentemente dalla valutazione estetica fornita dalla propria immagine di sé fornisce la condizione ideale per sentirsi “frizzati”.

I ragazzi sempre meno riescono a comprendere ciò che desiderano nel profondo di se stessi, viene meno il contatto con il proprio mondo interiore a vantaggio di immagini esterne o di modelli irraggiungibili capaci di generare solo frustrazione e senso di profonda carenza: si condannano quindi al cringe, all’imbarazzo dell’inadeguatezza sempre e comunque.

BIBLIOGRAFIA

Castelfranchi, C., (2005), Che figura. Emozioni e immagine sociale. Il Mulino, Bologna.

D’Urso V., Trentin R., (2001), Introduzione alla psicologia delle emozioni. Laterza, Roma.

Gross, E., Stone, G.P., (1964). Embarrassment and the analysis of role requirements. American Journal of Sociology, 70(1), 1-15.

Giusti E., Frandina M., (2010), Terapia della vergogna: i turbamenti dell’arrossire e dell’imbarazzo. Sovera, Roma.

Han, B.C., (2025), Le non cose: come abbiamo smesso di vivere il reale. Einaudi, Torino.

Katz, R., Ogilvie, S., Shaw, J., & Woodhead, L. (2024), Gen Z, explained: The art of living in a digital age. In Gen Z, explained. University of Chicago Press.

Nesi, A., (2022), L’italiano e i giovani. Come scusa? Non ti followo. Accademia della Crusca.

Tang, H., Li, L., Zheng, L., Guo, X., & Qian, H. (2023). Social distance of bystanders affects people’s embarrassment via changing fear of negative evaluation and feelings of attachment security. BMC psychology, 11(1), 161.

Winnicott, D., (1985), Dalla pediatria alla psicoanalisi. Psycho Martinelli, Firenze.

Zoja, L. (2009), La morte del prossimo. Einaudi, Torino.

Zoja L., (2022), Il declino del desiderio. Einaudi, Torino.

* Margherita Dolcino è membro della redazione di Varchi