di Paolo Chiappero *
Una volta si sentiva spesso la frase:
“Ma lei non si vergogna?”.
Oggi non si sente più.
Probabilmente perché la risposta sarebbe:
“Ma è ovvio che non mi vergogno.
Perché mai dovrei vergognarmi?”.
Vergogna è una parola scomparsa.
La vergogna è il sentimento che si prova
quando si sa di aver compiuto un atto
che la coscienza morale condanna. Non ci si vergogna più perché si è venduta la coscienza morale.
(Gianfranco Ravasi)
Alcuni pensieri in libertà (senza vergognarsi…)
Ricordo che negli anni ’70 Shirley and Company cantavano “Shame shame….shame on you” (“vergogna, vergogna, vergogna, vergognatevi”). E l’ambiente era quello della disco dance di quegli anni. Ballare in discoteca….senza vergogna. L’esibizione, in senso ampio, era anche liberazione, malgrado la vergogna dell’essere visti sulla “pista”. C’erano ovviamente, anche coloro che aspettavano il momento dei “balli veloci”, proprio per essere osservati. Così come quelli (una cospicua maggioranza) che non si muoveva dai divanetti.
Quasi mezzo secolo dopo i “Foo Fighters” (con “Shame, shame”) ci propongono una visione drammatica: la vergogna di essere caduti nell’abisso della sofferenza e la dipendenza, anche affettiva. Tutto ciò passando per il “What a shame” dei Talk Talk (1984), che va letto in realtà come “Che peccato!”. La vergogna associata alla colpa, come Adamo ed Eva che attraverso la colpa scoprono la vergogna e quelle parti intime che sono anche chiamate le vergogne. A sua vola legato al sostantivo latino “pudenda” e all’aggettivo “pudendus” (vergognoso)
Già da questi pochi esempi si comprende come il sentimento di vergogna, questa emozione secondaria (1) che ci dice così tanto del contesto storico e culturale in cui viviamo oltre che di noi stessi, sia qualcosa di disdicevole, non fosse altro per il vissuto di chi la prova.
La vergogna della vergogna o “metavergogna” (2), rappresenta una problematica, una complicazione, di un’emozione che se, da un lato, ha la funzione adattiva di contribuire a farci includere nel contesto della nostra quotidianità sociale, dall’altro è comunque portatrice di un vissuto di afflizione. Tanto più in quanto, a differenza della colpa, investe direttamente il soggetto di un turbamento e disagio suscitati dall’angoscia di una critica dell’Altro. In altre parole: mentre nella colpa possiamo esperire un malessere indipendentemente dalla riprovazione sociale, e legato in genere ad un “qualcosa” che si è “fatto” o “non fatto”, nel caso del vissuto di vergogna il giudizio è globale e colpisce il Sé, la nostra identità, il nostro stare nel mondo (in “quel” mondo, che cambia con il tempo e con le latitudini).
Sono partito da alcune canzoni. La vergogna la ritroviamo nei testi musicali così come nella letteratura: recentemente mi sono imbattuto, ad esempio, nel bellissimo libro di Ramiro Pinilla, “L’albero della vergogna” (2020), ambientato durante la Guerra Civile spagnola della seconda metà degli anni ’30 dello scorso secolo. E non dimentico quanto mi aveva appassionato John M. Coetzee con “Vergogna” (1999).
E che dire di romanzi in cui tutta la trama è pervasa dalla vergogna, anche senza nominarla espressamente, come “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne.
La vergogna la temiamo, ne rifuggiamo (dal sentimento e quindi dalle situazioni sociali che possono determinarlo). La vergogna la troviamo anche nelle grandi tragedie dell’umanità, come nei libri citati che parlano di guerre e vendette, razzismo, maschilismo ed esclusione sociale.
E le arti, non solo la psicologia, conoscono benissimo questo sentimento. Anzi, la seconda può essere debitrice delle prime in alcune occasioni.
Freud lo ricordava spesso, ad esempio scrivendo che il training psicoanalitico dovesse comprendere anche materie tratte dalle scienze dello spirito, dalla letteratura e dalle arti (Freud, 1927).
Nell’arte pittorica, pensiamo, per un attimo, alla cappella degli Scrovegni a Padova e ai suoi affreschi giotteschi. Chi l’ha visitata ricorderà che venne edificata per espiare la vergogna dovuta al peccato di usura da parte del padre del committente (rispettivamente Rainaldo ed Enrico) così come l’affresco “Rinuncia ai beni terreni”, presente nella Basilica di Assisi, dove San Francesco si denuda in pubblico. E’ una sfida ad una doppia vergogna: quella fisica (la nudità) unita a quella sociale (la rinuncia alle proprie ricchezze). Quest’ultima, ai nostri tempi, molto più “vergognosa” della prima.
E già che siamo nell’ambito del sacro, come non ritornare sull’episodio della Genesi in cui Adamo ed Eva provano vergogna, e si coprono, dimostrando anche un nuovo sentimento: il pudore.
Abbiamo una galassia terminologica, e corrispondente a ben precisi affetti e contesti, che dalla vergogna si indirizza verso il pudore, e da qui all’inevitabile imbarazzo, per sconfinare nell’onore. Quest’ultimo può essere conferito (l’onore delle armi) o sottratto (il disonore), con il risultato di onta e ignominia.
E ancora: vergogna proviene dal latino “verecundia” (ritegno) ed è associabile al latino “vereor gognam”, cioè “temo l’esposizione”; ricordiamo la “gogna”, che non è altro che l’aferesi (3)di vergogna.
Essere messi alla gogna: è l’esposizione al pubblico, impotenti, immobilizzati. Oggi c’è la ben nota “gogna mediatica”. Versione secolarizzata della forma originaria.
Ma che ne facciamo della vergogna?
Restando sul vissuto, e al netto delle componenti adattive di questa emozione (che chi scrive considera quella più “interpersonale” tra le emozioni) ci si possono porre alcuni interrogativi.
E se a qualcuno piacesse vergognarsi? O meglio: e se per qualcuno ciò che rappresenta un atto “vergognoso”, fosse invece un comportamento normalissimo? Di più: se ci trovassimo di fronte a qualcosa di piacevole, di ricercato, magari anche come rivendicazione politica ed identitaria? “Epater le bourgeois”! Si diceva nel ’68, riprendendo una frase di Baudelaire.
In questo c’è anche il gusto, il godere dell’essere “svergognati”, l’anticonformismo e la provocazione. Pensiamo, nell’arte pittorica, al surrealismo e al dadaismo ad esempio, oppure a Egon Schiele e in tempi più recenti alle installazioni di Maurizio Cattelan, come i “Bambini impiccati”, che provocheranno il caos nel traffico cittadino milanese con alcuni passanti che cercheranno di arrampicarsi sugli alberi per demolire l’opera. Ancora “Shame, shame, shame….shame on you (Cattelan)”.
Per tacere delle censure dei motori di ricerca, che, come Google, “bannano” il capolavoro di Gustave Courbet (pittore francese, 1819-1877) “L’Origine du monde”, come pornografico. Gli algoritmi si sa non sono acculturati…… (4)
Vergogna e scandalo vanno a braccetto. Il secondo dovrebbe essere il fratello minore non desiderato della prima, o no? A volte la vergogna lo vuole un fratellino.
Ciò di cui non ci si vergogna crea scandalo. Il che dovrebbe corrispondere ad una condizione di afflizione, a meno che io non “goda” di questo scandalo. Ci ritorneremo dopo su questo. E siamo, comunque, di nuovo nell’ambito sociale, dove è lo sguardo dell’Altro che determina, misura e definisce il nostro posto nella società. L’invidia ci impone l’essere anche un oggetto, un soggetto/oggetto “caduto nel mondo”, osservabile, criticabile e nello stesso bisognoso degli altri per resistere alla vita ed essere sè stesso (per riflessioni simili si può vedere Sartre, 1943).
Ma si può godere nel non provare vergogna? Sfrontatezza, sfacciataggine, mancanza di ritegno (nuovamente la verecundia latina).
Semanticamente tiriamo in ballo anche il mondo animale, come se non bastasse quello degli umani, e parliamo del “pavoneggiarsi”.
Il passo verso l’esibizionismo è breve.
Nel narcisismo cosiddetto grandioso, ad esempio, scorgiamo la ricerca incessante dello sguardo dell’Altro, per avere conferme, gratificazioni, sostenere la propria (in realtà carente) autostima. Non siamo più esclusivamente nel campo dello stupire/provocare, ma dell’essere bisognosi di una conferma continua e incessante proveniente dall’apprezzamento altrui, ignorando che a volte il tanto è troppo e così chiudiamo il cerchio: il pavone ha superato il limite, che scandalo!
Il sentimento è provato dal pavone di turno o da chi lo osserva? ”Provo vergogna per lui!” si suol dire. Ma il “lui” (o la lei) della situazione può non percepire questo sentimento, anzi.
C’è perfino chi ne fa un’etichetta identitaria, come il gruppo musicale degli “Struts” (in inglese: sfrontati) che ne ha fatto una bandiera.
Si sa, l’artista può permettersi certi comportamenti. Siamo su quel registro che consente di utilizzare l’alibi dell’espressione artistica, del simbolico e dell’immaginario, della creatività, ecc…A un artista è permesso (quasi) tutto. L’assenza di vergogna, nella misura in cui ha come riferimento usi e costumi di quella specifica società, si diluisce nell’anticonformismo. A questo punto, parafrasando un vecchio slogan, “l’assenza di vergogna è rivoluzionaria”.
A questo punto, non provare vergogna è una fortuna o una disgrazia? Si sarebbe chiesto il grande Eduardo De Filippo.
Torniamo al ben noto: <<Provo vergogna per lui (lei)>>. Lo diciamo e “diamo di gomito” al nostro vicino che in genere risponde: <<Ma secondo te se ne rende conto?>> – <<Penso di no>>.
Ecco, l’inconsapevolezza. Che adotteremo come discriminante per le riflessioni che seguono.
Si può essere consapevoli dell’esporsi ad una situazione nella quale comunemente ci si vergogna, ma la spinta ad adottare specifici e, moralmente stigmatizzabili, comportamenti è più forte del senso di inibizione. Una sfida, un proposito, una ribellione (come quella di San Francesco che si spoglia in pubblico). La sfida è esterna, socio-culturale, e interna (“devo vincere la vergogna”).
E’ “malgrado il sentimento di vergogna” che metto in atto un comportamento, perché considero più importante il “gesto”, il “beau gest”. Quest’ultimo diventa addirittura esempio di superiorità morale, e possibile oggetto di identificazione. Ma se devo gettare il classico cuore oltre l’ostacolo, della vergogna in questo caso, vuol dire che questo sentimento è presente o, per lo meno, riesco a prefigurarne l’esistenza nella mia condizione emotiva. Esiste nella mente una pre-concezione della vergogna. Esattamente come si dice del coraggio, quello autentico, che presuppone la paura, non la nega, ma la supera. Se non include la paura non si tratta più di coraggio, ma di follia.
E siamo nuovamente alla discriminante tra consapevolezza e inconsapevolezza.
“Non se ne rende conto”, dicevamo. Gabbard (1994), psicoanalista statunitense, definisce il narcisista grandioso, quello definito anche “overt” (5), come “inconsapevole”. L’autore, nella scelta di una caratteristica da associare a questa diagnosi, anziché soffermarsi su termini quali: presuntuoso, grandioso, con vissuti di onnipotenza, con un complesso di superiorità, ecc… tutti termini con forti sovrapposizioni semantiche, preferisce usare la parola “inconsapevole”. (6)
Questa è la ragione per cui ne stiamo sottolineando la portata discriminante, per tracciare una breve fenomenologia del non vergognarsi.
Non ci si vergogna più di niente (o no?)
Prima di esaminare questo fenomeno provando a fornire qualche ipotesi esplicativa, è necessario un passo indietro: contestualizzare tutto ciò nella contemporaneità della società occidentale.
I social, la spettacolarizzazione delle vicende private anche nei mass media tradizionali, non solo danno la stura ad un’esposizione del soggetto che ha abbassato sicuramente la soglia della vergogna, ma inviano il messaggio (più o meno esplicito a seconda dei casi), che in questo essere “svergognati” ci sia un anelito di libertà, di ribellione. La libertà di “lavare i panni sporchi” anche fuori dalla famiglia. E’ qualcosa che ha a che fare ancora con la vergogna, per quanto in senso antinomico? O c’è dell’altro?
C’è il “diritto di esistere”: esporre il proprio corpo, le proprie emozioni. Ricordate le manifestazioni negli anni ’60 in cui giovani donne, si toglievano il reggiseno per protesta? Si trattava del movimento femminista, in particolare del New York Radical Movement. Altre proseguirono in Olanda. E oggi esiste il #NoBraChallenge che continua, con questi mezzi, una battaglia contro il patriarcato.
Ma così si ritorna allo “svergognarsi” come parte di una ribellione, come atto simbolico (il reggiseno), come parte di un programma politico ed etico. Mettere da parte la vergogna come mezzo.
Tutt’altro è il non vergognarsi come fine. Imitando le relazioni intime dei personaggi famosi, gli scandali del cosiddetto “mondo dello spettacolo” (e influenzando a loro volta i mass media, vedi alla voce audience). Ciò che in passato ci faceva vergognare viene perfino esibito. Quest’ultimo, con l’artifizio della separazione dal mondo reale, si presenta come distante dall’uomo comune e punto d’arrivo da raggiungere. Con pochi eletti che vi accedono, quando persone comuni partecipano a qualche reality o a trasmissioni “strappa lacrime”. Ma non è tutto oro quello che luccica! Si mettono in scena anche le proprie tragedie personali e familiari. Tutto il campionario delle emozioni primarie e secondarie deve essere visibile. Tutto deve essere pubblico! Non c’è neanche più bisogno di guardare dal buco della serratura, la porta è aperta. È la glasnost del liberismo e della società dello spettacolo. Altro che Gorbacev!
L’essere “svergognato” (quello che gli spagnoli chiamano “sinverguenza”, che vuol dire anche essere una canaglia, notiamo bene) non sembra più la catastrofe della propria identità sociale, la caduta vertiginosa della stima di sé, l’angoscia dell’essere esclusi dal consesso sociale. “Fare una brutta figura”, nella peggiore delle ipotesi, diventa qualcosa di momentaneo, si può sempre dire il contrario un minuto dopo (o nella successiva intervista, quando si tratta di personaggi pubblici). Tanto sono sempre gli altri che non hanno compreso. Siamo sempre stati capiti male.
La liquidità della nostra società, si esprime anche nella gassosità dei punti di vista. L’opinione dura una frazione di secondo, subito pronta a cambiare per abbracciare un altro pensiero. E il passaggio è senza vergogna, perché non si contempla il principio di contraddizione. (7)
Nella “migliore” delle ipotesi invece pare incarnare il piacere dell’essere sotto i riflettori. Il famoso quarto d’ora di celebrità, un diritto per ognuno di noi, diceva Andy Warhol, in questo “villaggio globale” che è la nostra società postmoderna.
Ma come non ricordare la frase: “Nel bene o nel male purché se ne parli”? La locuzione, attribuita a O. Wilde (1909), era originariamente differente: “C’è una cosa sola al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. La versione originale dell’aforisma accentua ancora di più la paura, il timore e lo sconforto del “non essere visti”. Come avevano evidenziato i primi studi sulla comunicazione della Scuola di Palo Alto, l’essere umano teme più la disconferma che il rifiuto. Per Paul Watzlawick (1967) il rifiuto è non essere d’accordo con l’Altro (conflitto di contenuto), mentre la disconferma equivale al non essere visto (di nuovo lo sguardo altrui!).
Essere (cattivi, brutti, disonesti, ecc…) o non essere? Sicuramente la prima. Di fronte all’angoscia della non esistenza, non c’è partita. Ovviamente per fortuna ci sono anche altri modi per poter esistere socialmente. Ognuno sceglie il suo.
C’è chi ha tirato in ballo i noti concetti di cultura della vergogna e di cultura della colpa. Quando l’antropologa Ruth Benedict (1934) mise in risalto questa distinzione, sottolineò giustamente la dimensione culturale, e non soltanto quella legata a fenomeni psicologici individuali, come diversi modi (nella storia e nelle culture) di regolare il comportamento sociale.
Però, così come accade per l’eziopatogenesi, la domanda è sempre la stessa: natura o cultura? Costituzione o ambiente? Nelle riflessioni precedenti il ruolo dell’ambiente socio-economico-culturale è stato messo in rilievo, ma abbiamo citato anche l’individuo, scrivendo del Disturbo di Personalità Narcisistico (nella sua versione “inconsapevole) (Gabbard, cit.).
Al netto che anche nei Disturbi di Personalità dobbiamo valutare la forte incidenza ambientale (sul piano dell’eziopatogenesi), soprattutto delle prime relazioni oggettuali e dunque dei primi anni di vita, e del ruolo dei caregiver, per non dire degli ACE (acronimo inglese tradotto in: Esperienze Infantili Avverse) non possiamo pensare che tutti coloro che sembrano “muoversi” nella contemporaneità con un’apparente assenza di vergogna, siano diagnosticabili come narcisisti.
Sovente possiamo osservare una sorta di sfida, mista a piacere e soprattutto un rilevante senso di potere, attività, incisività. Il fatto che le giovani generazioni siano più inclini a certi comportamenti non è solo legato all’essere “nativi digitali”; non tutto lo “svergognarsi” passa dai social e dallo smartphone. Siamo di fronte ad una “svergognatezza istituzionalizzata”? Non lo escludiamo. Di sicuro sopprimere la vergogna sembra essere il vero oggetto di godimento.
Crediamo, principalmente, che si tratti di un modo di (credere di) affermarsi, individuarsi, diventare “qualcuno”. Questa è la risposta (“peccato sia sbagliata”, direbbe Corrado Guzzanti) anche ai dettami contemporanei dell’apparire, dell’avere, ma uniti alla paura dell’anonimato, dell’“essere o nulla’.
Il senso di agency (autodeterminazione e assertività) si moltiplica per mille e si trasforma in un’esigenza socialmente vitale. Si scrivono post e si pubblicano fotografie, così come si fanno recensioni o si scrive sui blog. Col denominatore comune del “farsi notare” declinato in infinite modalità (ricordate il: “Mi notano più se vengo o non vengo?” di morettiana memoria?) e spesso con un attivismo e presenzialismo sfrenati.
<<Oggi ho ricevuto trenta like su Instagram e quasi cento visualizzazioni!>>, mi dice Alessio, un mio giovane paziente. Di fronte al panico dell’inesistenza la miglior difesa è l’attacco. Esserci, apparire, farsi notare, diviene l’unico modo per esistere nella società dell’anomia, del “conto in proporzione alle mie performance”, del “quanti like hai?”.
Digito ergo sum è il nuovo mantra, dispiace per Cartesio.
Nella stanza d’analisi, soprattutto, abbiamo rilevato, però, anche una diversa origine di certi comportamenti che hanno come denominatore comune quello di poter suscitare nell’altro una posizione fortemente critica nei confronti di chi li mette in atto (nei comportamenti includiamo ciò che appare del soggetto, quindi anche l’abbigliamento, il trucco, ecc…).
E’ ancora una volta presente l’aspetto legato all’attività. Il che dimostra la centralità per l’essere umano di quel senso di agency che ricordavamo prima.
Al di là del tema “vergogna” lo osserviamo in quelle affermazioni tutt’altro che rare che vanno dal: “Non siete voi che mi licenziate sono io che me ne vado” al “Non sei tu che mi lasci, ricordalo, sono io che lascio te”. Dobbiamo essere noi a determinare, o pensare di aver determinato, gli accadimenti della nostra vita.E dato che come diceva il buon Marx (1852): <<La storia si presenta prima come tragedia e la seconda volta come farsa>>,ci sono anche varianti tragicomiche: “Ti lascio. Non posso fidarmi di te: ti ho trovato a letto con un’altra donna” – “No mia cara! Sono io che ti lascio perché non mi fido di te! Mi avevi detto che non tornavi a casa”. Chapeau.
Scherzi a parte, ritorniamo al binomio: posizione attiva/vergogna. Precedentemente abbiamo ricordato il noto motto “La miglior difesa è l’attacco”.
La psicoanalisi ha dedicato spazio, a cominciare da Sigmund Freud, al ruolo dell’attività nello sviluppo umano, intesa come funzione che contribuisce allo sviluppo identitario e, allo stesso tempo, al padroneggiamento dell’ambiente, anche in chiave difensiva. Anche in ambito intrapsichico. Ad es. nel caso delle funzioni dell’Io che si occupano di conseguire il controllo degli stimoli interni.
La maturazione del Sé e la sua coesione e strutturazione hanno, tra le componenti e funzioni richieste, anche quella di “provare”, “percepire”, “esperire” un senso di continuità e agentività, prodromi del senso di autoefficacia, della capacità di gestire le proprie azioni e di una percezione di continuità nell’esistere.
Come recitano gli esempi sopracitati, può trattarsi anche di un meccanismo di difesa. Sul registro dell’antinomia attività/passività, come abbiamo già osservato, essere “attivo” a volte ha come unico scopo “non essere passivo”, con tutto ciò che può comportare questo termine, sia nel proprio idioma personale (cosa significa “per me” essere passivo) sia in termini di circostanze reali.
Le teorizzazioni più recenti e le ricerche condotte sui traumi ci hanno palesato la centralità, nell’esperienza traumatica, della passività, impotenza, incapacità di far fronte all’evento conturbante. Fino a qui nulla di nuovo nella misura in cui possiamo ricavarlo dalle nostre esperienze vissute (dirette o indirette). Il contributo maggiore nella clinica del trauma (oltre alle concettualizzazioni specifiche e metodi terapeutici ovviamente) è dato dall’aver osservato la difesa del rivolgimento del passivo in attivo.
Già Freud (1914, 1920) aveva scritto, sulla base delle sue osservazioni cliniche, della tendenza del soggetto a ripetere (quindi attivamente, per definizione): <<Gli elementi che ha dimenticato e rimosso e che egli piuttosto mette in atto>>, ciò accadrebbe anche per le esperienze più spiacevoli del passato. La presenza di questa coazione a ripetere fu notata dal fondatore della psicoanalisi anche nei sogni; fino a quel momento concettualizzati come espressioni di desideri, pur nella loro complessità e difficoltà di comprensione.
Sigmund Freud si fermò qui. Proprio lui che, agli inizi della sua carriera, aveva così tanto insistito sui traumi per il loro ruolo eziologico nella nascita delle nevrosi (per poi distaccarsi completamente da questa teoria nel 1897) non riuscì ad integrare queste nuove osservazioni con il quadro concettuale della psicoanalisi dell’epoca, con il suo stesso pensiero. Come spiegazione, della apparente contraddizione (desiderio/coazione a ripetere il trauma) ipotizzò l’esistenza di una “pulsione di morte”, concetto che nel tempo è stato via via sempre più abbandonato nella psicoanalisi, soprattutto in quella contemporanea di matrice relazionale e intersoggetivista.
Ritornando al concetto di attività, collegato all’azione (8), le ricerche, trattamenti, teorizzazioni sulla risposta dell’individuo esposto a situazioni traumatiche, hanno dimostrato la tendenza/rischio a riperpetuarsi, anche a livello transgenerazionale. In questo modo, si ripropone una circostanza paragonabile a quella traumatica originaria, a volte identica, con l’unica differenza data dal ruolo apparentemente attivo del soggetto.
Se il trauma vogliamo considerarlo come un fenomeno eccezionale (ma dipende molto dalle latitudini…), i precursori di questa peculiare forma di ripetizione/attività, li troviamo già nelle prime manifestazioni infantili di assertività nel rapporto con i caregiver, i compagni di gioco, i propri giochi, ecc…
E’ l’identificazione con l’aggressore. Di cui ci hanno parlato psicoanalisti come Sandor Ferenczi e Anna Freud. (9)
Si è sottolineato che non possiamo sempre usare l’equazione assenza di vergogna=narcisismo (nella sua tipologia “grandioso-inconsapevole”), perché se è vero che il secondo presuppone generalmente il primo, non sempre vale il contrario.
In altri casi, soprattutto nelle giovani generazioni e tenendo conto della multifattorialità che sta a monte di certe condotte, lo “svergognarsi” pare un modo, indubbiamente con componenti ribellistiche e al netto di variabili tipiche della fase adolescenziale (quando ci riferiamo a fasce d’età giovanili) che assomiglia ad un meccanismo anticipatorio: creo situazioni che mediamente sarebbero stigmatizzate e disapprovate socialmente mantenendone il controllo (il noto: “sono io che lo decido”, vedi sopra) ed eliminando la discrepanza tra lo sguardo dell’altro e il nostro. Il soggetto si offre (si immola?) come oggetto vergognoso, disinnescando l’asimmetria del chi guarda e chi giudica, da un lato, e chi è guardato e giudicato dall’altro.
<<Prima che mi vedano gli altri, mi mostro io per come sono. Mi vogliono criticare? Lo facciano. Glielo permetto io. Sono io che do all’altro questa possibilità>>. E’ pressappoco quello che mi dice Sofia, diciotto anni.
L’aggressività insita in tutto questo è dimostrata dall’inversione dei ruoli: “sono io che decido” e da ciò che stimolo nell’interlocutore: fastidio, rabbia, e addirittura il noto (e di cui abbiamo scritto in precedenza) “mi vergogno per lui/lei”.
Ma l’operazione più profonda, secondo chi scrive, è la dirompente efficacia nello stabilire una simmetria dove ci sarebbe asimmetria. Il soggetto “offre” attivamente all’Altro la possibilità di essere oggetto di critica. E allora la locuzione si trasforma in: “Puoi criticarmi, ma sono io che te lo permetto. Ho io il potere di rendere più o meno negativa la tua disapprovazione”. Si tratta per altro di un potere duplice: il soggetto decide su cosa voler essere “svergognato” e, nella scelta, opera una manovra di distrazione: “Tutto il resto della mia persona però va bene” (o no?).
Quello che dovrebbe fare scattare la vergogna diventa un dispositivo (spesso inconscio) che permette di provocare e quindi “gestire” la reazione dell’altro, creando una reazione fastidiosa, mentre il soggetto non la prova.
Ci si mostra con spavalderia. Il problema a questo punto è dell’Altro.
Come dice lo scrittore Fabrizio Caramagna: <<L’esibizionismo presuppone il talento di non vergognarsi di nulla>>
Note
- La vergogna si sviluppa attraverso l’apprendimento dai due anni di età, grazie alla progressiva capacità di autocoscienza e più in generale di mentalizzazione, permettendo una relazione Sé/Altro che tiene conto delle aspettative altrui e del proprio senso di responsabilità. È secondaria perché nasce dopo le emozioni primarie (rabbia, disgusto, gioia, tristezza e stupore) ma parallelamente con altre emozioni secondarie: colpa, timidezza, imbarazzo/pudore.
- La metavergogna è la “vergogna del vergognarsi”. Un doppio meccanismo auto-stigmatizzante, responsabile di un circolo vizioso che aumenta il disagio individuale. L’emozione-vergogna si intensifica una volta riconosciuta come tale.
- Aferesi: in linguistica si denomina così la soppressione di una vocale o sillaba iniziale.
- Il dipinto, per chi non lo conoscesse, è ora conservato al Musèe d’Orsay a Parigi (dopo essere stato di proprietà dello psicoanalista francese Jacques Lacan), e rappresenta l’organo sessuale femminile.
- Overt in inglese significa: manifesto, dichiarato.
- Ne “Le passioni dell’anima”Cartesio afferma qualcosa di simile quando scrive: <<Quando ci si stima tanto da non poter immaginare che nessuno ci disprezzi, non è facile provare vergogna>>.
- Nel suo bel libro “L’ambiguità” (2008), la collega Simona Argentieri cita gli dei degli antichi popoli latini come esempio di “utilizzazione” della divinità: <<Deputato [il dio] a svolgere una funzione giusto nel momento in cui serviva, e che poteva poi essere accantonato con disinvoltura fino alla prossima volta>>. Delle divinità prêt-à-porter, in buona sostanza.
- Qui con azione intendiamo riassumere tutto ciò che esprime una soggettività volitiva nell’incontro con l’Altro: azioni, parole, gesti, abbigliamento, scelte estetiche, ecc…).
- Anna Freud (1936) scrive: <<Il bambino introietta alcuni dei caratteri dell’oggetto ansiogeno assimilando così un’esperienza angosciante appena provata (…) assumendo il ruolo dell’aggressore e i suoi attributi o imitando la sua aggressione il bambino si trasforma da minacciato a minacciante>>
BIBLIOGRAFIA
Benedict R. (1934) Modelli di cultura. Trad. it. Feltrinelli Editore, Milano, 1960.
Cartesio (Descartes) R. Le passioni dell’anima. Trad. it. UTET Editore, Torino, 1945.
Coetzee J. M. (1999). Vergogna. Trad. it. Einaudi Editore, Torino, 2000.
Freud A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa. Trad. it. Martinelli Editore, Firenze, 1967.
Freud S. (1914) Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. In Opere, vol. 7. Trad. it. Boringhieri Editore, Torino, 1975.
Freud S. (1920) Al di là del principio di piacere. In Opere, vol.9. Trad. it. Boringhieri Editore, Torino, 1977.
Freud S. (1927) Il problema dell’analisi condotta da non medici. Poscritto. In Opere, vol. 10. Trad. it. Boringhieri Editore, Torino, 1978.
Gabbard G. O. (1994) Psichiatria psicodinamica. Trad. it. Cortina Editore, Milano, 1995.
Marx K. (1852) Il 18 brumaio di Luigi Buonaparte. Trad. it. Editori Riuniti, Roma, 2006.
Pinilla R. (2000) L’albero della vergogna. Trad. it. Fazi Editore, Roma, 2020.
Sartre J. P. (1943) L’essere e il nulla. Trad. it. Il Saggiatore Edizioni, Milano, 1968.
Watzlawick P. e coll. (1967) Pragmatica della comunicazione umana. Trad. it. Astrolabio Editore, Roma, 1971.
Wilde O. (1909) Il ritratto di Dorian Gray. Trad. it. Fabbri Editore, Milano, 1968.
* Paolo Chiappero è membro della Redazione di Varchi