Varchi n.33
De Senectute
Ripensare la vecchiaia
Anno diciottesimo – numero 33 – autunno/inverno 2025
Rivista semestrale di carattere scientifico-culturale
A cura di: IL RUOLO TERAPEUTICO DI GENOVA
Hanno collaborato a questo numero: Massimo Attanasio, Sabrina Bertorello, Mauro Carosio, Paolo Chiappero, Agnese Giangrasso, Antonio Guerci, Giuseppina Masini, Paola Nannelli, Guido Rodriguez, Ferdinando Schiavo, Ilaria Trainito, Manuela Venturelli
EDITORIALE
La fatica di esser vecchi
di Margherita Dolcino *
“Una madre sa che avresti bisogno di essere guidata per un altro tratto di strada ma è vecchia e inutile e nessuno può avere piacere a provvedere per lei…..Due donne la scorsero andare alla deriva ma si guardarono bene dal soccorrerla: Asiak va alla sua morte”…
Una delle mie prime letture, costretta da un’antipatica Professoressa di Italiano alle scuole medie inferiori è stata “Paese dalle ombre lunghe” (1978). Il romanzo narra la vita di una famiglia esquimese nella regione artica. Della loro storia ancora adesso ricordo la parte in cui i vecchi, ormai incapaci di cacciare o di masticare cibo per i piccini, si allontanavano dall’igloo andando incontro alla loro fine. La morte come un dovere morale scontato.
Ma la vecchiaia era anche sinonimo di saggezza, di conoscenza da tramandare.
Oggi non è più cosi: si tende a spostare l’età della vecchiaia, allontanandola, respingendola e negandola. Come scrive Zoja: <<Man mano che si avanzerà il mondo sarà composto sempre di più da individui stranieri al passato>> (2009).
Quando si diventa vecchi? E cosa significa essere vecchi?
Oggi si parla di anziani, parola che sembra edulcorare l’avanzamento dell’età, cercando di celare così l’inadeguatezza nel rincorrere e il tentativo di adeguarsi ai continui cambiamenti e non solo tecnologici, che l’età contemporanea propone ed impone. (P.T. intervistato da Mauro Carosio: <<Devi constatare che le cose che facevi, tutte quelle che eri abituato a fare, non lei fa più. Bisogna reinventarsi>>).
Lidia Ravera, per altro, propone di utilizzare il termine “grandi adulti” (2023) con l’intento di non perdere ciò che si è faticosamente conquistato e metterlo al servizio di noi stessi ma anche al servizio della collettività. Ilaria Trainito nel suo intervento su “Il pensionamento come laboratorio di risorse e significati” procede in questa direzione con il concetto di “riserva cognitiva”.
Galimberti ne “Il Corpo” (1987) sottolinea la durezza del vivere l’età della vecchiaia per una serie di destrutturazioni che modificano sostanzialmente il rapporto nella contemporaneità con questa stagione della vita.
La prima destrutturazione è quella che si crea tra l’Io e il proprio corpo, non più strumento che ci permette di stare al mondo, ma ostacolo da superare per stare al mondo. Corpo che cambia da soggetto di intenzione ad oggetto di attenzione.
La seconda è la frattura tra l’Io e il mondo circostante, per cui la necessità di stare al passo, pena l’isolamento relazionale. Mostrarsi esperti, brillanti e sempre alla moda. Non importa il prezzo che si paga a livello di competizione con figli e nipoti.
L’ultima scissione è quella tra l’Io e le pulsioni d’amore in quanto si cessa di essere soggetti erotici capaci di suscitare desiderio e si lotta disperatamente perché l’eros non diventi solo un ricordo o un rimpianto (Viagra permettendo).
Da qui il proliferare di interventi estetici, chirurgia plastica e l’invenzione mirabolante della medicina estetica che sancisce definitivamente l’idea che la vecchiaia sia una malattia da cui poter guarire.
Antonio Guerci nel suo articolo “Attorno all’invecchiamento” ammonisce infatti su come i processi di invecchiamento e lo status proprio dell’invecchiamento debbano essere ri-pensati e ri-interpretati: <<Dare vita agli anni e non anni alla vita>>.
Ed è come se la vecchiaia ci cogliesse impreparati: prepararsi alla vecchiaia implica un processo pedagogico di conoscenza e di coscienza delle parti di sé che vanno recuperate e integrate con tutte le energie che si hanno a disposizione. E’ quanto afferma Jung ne “Gli stadi della vita” (1931) dove sottolinea come la vecchiaia sia una opportunità di crescita personale muovendosi verso una maggiore introspezione.
Paola Nannelli ne “Una psicanalista per pazienti anziani. Domande e realtà a confronto” ribadisce: <<Scommettere sulle capacità residue piuttosto che sulla perdita della ragione>>.
Ma questo è proprio il punto nodale: nessuno ha più voglia di identificarsi con il vecchio saggio ed è una continua faticosa, logorante rincorsa all’allontanare da sé l’idea della fine della vita, anche a costo di indossare una maschera, la maschera della finzione, del diniego. Per cui si finisce per morire, come dice Max Weber: <<Non più sazi della vita ma semplicemente stanchi>>.
BIBLIOGRAFIA
Galimberti, U. (2007), Il Corpo. Feltrinelli, Milano.
Jung, C.G. (1987), Gli stadi della vita. Boringhieri, Torino.
Ravera L. (2023), Age pride. Einaudi, Torino.
Ruesch, H. (1978), Paese dalle ombre lunghe. Garzanti, Milano.
Weber, M. (2004), La scienza come professione. Einaudi, Torino.
Zoja, L. (2009), La morte del prossimo. Einaudi, Torino.
* Margherita Dolcino è membro della redazione di Varchi
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