La natalità crolla e la società cambia volto

di Massimo Attanasio *

8,2 miliardi di persone vivono sul pianeta Terra, un numero doppio dei 4,1 miliardi del 1976; il tasso di crescita della popolazione mondiale è però in sensibile frenata e da oltre il 2 per cento negli anni ’60 dello scorso secolo è sceso di quasi 2/3, fino allo 0,8 per cento del 2025. Gli esperti delle Nazioni Unite ritengono che altri 2 miliardi di persone possano aggiungersi agli oltre 8 attuali, prima che la popolazione mondiale arresti la sua crescita, verso gli anni ’60 e ’70 di questo secolo. Ecco, in sintesi, cosa riporta Neodemos, a calce di un Convegno a Venezia nel luglio 2025.

Parlare di invecchiamento e di bassa natalità è ormai un refrain continuo che raggiunge toni apocalittici come “inverno demografico” o “baby bust” o “più morti che nati” e le differenze – in termini di natalità e di struttura della popolazione – tra i paesi con alto reddito e il resto del mondo danno spazio a speculazioni politiche circa l’invasione verso i paesi occidentali ricchi. Al di là di queste speculazioni occorre soffermarsi sul crollo della natalità, che investe tutto il pianeta.

La riduzione del TFT, ovvero il numero medio di figli per donna, ha subito una accelerazione in tutto il mondo negli ultimi decenni. Secondo le Nazioni Unite, sono ormai più della metà dei paesi del mondo in cui il TFT è sotto il tasso di sostituzione di 2,1 ed è stato a livello globale uguale a 2,2 nel 2024, in calo rispetto a 3,3 nel 1990 e molto diverso da 5,0 negli anni ’60.

Con i dati delle Nazioni Unite proviamo a fare un quadro sintetico, con alcuni riferimenti temporali, del TFT nel mondo: l’Italia e i paesi mediterranei, come la Spagna, il Portogallo e la Grecia, hanno un TFT molto basso intorno a 1,20, nonostante, negli ultimi decenni, abbiamo assistito a flussi migratori consistenti con una propensione alla natalità superiore. I paesi mediterranei, inoltre, sono caratterizzati da un TFT molto basso che persiste da decenni e quindi donne e uomini in età feconda sono poco rappresentati rispetto alla popolazione totale. Mencarini e Vignoli (2018) sostengono che: <<Siamo in mezzo a una «trappola demografica»: i pochi figli del passato, cioè i genitori di oggi, sono sempre meno e sempre più maturi, vincolando al ribasso non solo le nascite attuali, ma anche quelle future>>. Tutto ciò, dunque, ha come conseguenza un invecchiamento della popolazione che non può che arrestarsi visti i continui cali in TFT. La bassa natalità italiana non è un fenomeno passeggero, bensì un processo strutturale che ha radici lontane e implicazioni profonde.

Le proiezioni dell’Istat segnalano un futuro prossimo in cui la popolazione attiva si ridurrà drasticamente e il peso demografico delle generazioni più anziane aumenterà ulteriormente (Strozza, Neodemos, 2025); la Francia, pur abbracciando storicamente una politica familiare basata sulla conciliazione, sulla fertilità e sulla lotta alla povertà familiare, con un sostegno globale in denaro e con servizi di educazione e cura per le famiglie con bambini piccoli (OCSE), ha visto negli ultimi anni crollare il TFT passando da 2,03 del 2010 a 1,64 del 2025; la Russia nel 2007 ha introdotto il programma Maternity Capital, un sostegno economico per le famiglie, inizialmente riservato dal secondo figlio in poi e, dal 2020, è stato esteso anche ai primogeniti con importi inferiori. Dopo un minimo storico nel 1999 (TFT 1,16), il tasso di fecondità totale è salito fino a 1,7–1,8 negli anni successivi, ma nel 2025 è fermo a 1,47. Analisi demografiche raffinate – non possibili con i dati a disposizione – potranno convalidare l’ipotesi che l’ingente investimento di risorse abbia dato risultati positivi di corto-medio periodo, ma che non abbia inciso sensibilmente sui piani riproduttivi di lungo periodo delle coppie (Livi Bacci, Neodemos, 2018); la Corea del Sud mostra il TFT più basso del mondo, intorno a 0,75 nel 2025 dopo aver raggiunto il minimo di 0,72 nel 2024. Perché valori così bassi? Al centro di questa trasformazione vi è l’espansione dell’istruzione superiore tra le donne: nel 2020 il 70,5% delle 25-29enni aveva completato studi universitari, contro appena l’1,7% nel 1980. Molte scelgono di laurearsi prima di sposarsi o di avere figli, riducendo così gli anni fertili e aumentando il rischio di rimanere senza figli. Tuttavia, l’istruzione da sola non spiega il fenomeno. L’analisi mostra che l’aumento di chi non ha o di chi non vuole figli nelle coorti 1965-1980 dipende soprattutto dal maggior numero di donne non sposate e dal rinvio del matrimonio. Gli alti livelli di istruzione non sembrano, tuttavia, spiegare il fenomeno che investe una vita sociale e i rapporti economici e sociali in cui il lavoro è diventato la parte centrale della vita di tutti nei paesi a economia sviluppata (e non solo); persino le donne meno istruite mostrano i medesimi TFT di quelle con alti livelli di istruzione (Lee&Zeman, Neodemos, 2025); nel 1978, in Cina, Song Jian, un esperto militare cinese che fu uno dei principali promotori della Politica del figlio unico, sosteneva che nel 2080 la popolazione avrebbe raggiunto i 4 miliardi di abitanti se si fosse mantenuto costante il TFT del 1975. La Cina, come altri paesi asiatici, hanno visto un declino vertiginoso del TFT, passando da 7,51 del 1963 a 1,93 del 1990 a 1,0 nel 2025, nonostante il totale abbandono della Politica del figlio unico (Bonifazi et al., Neodemos, 2021); l’India, di contro, pur avendo ormai un TFT inferiore al tasso di sostituzione (1,94), impensabile fino a qualche anno fa, è diventato il paese più popoloso del mondo; il Brasile e il Messico hanno sperimentato un crollo della fertilità da livelli molto elevati a meno di due figli per donna, in anticipo di almeno un decennio rispetto alle attese; i paesi africani, in particolare quelli sub-sahariani, occupano nella graduatoria dei paesi del mondo i prima 40 posti in termini di TFT nel 2025, ma nessuno di essi ha un TFT maggiore di 6 mentre solo nel 2023 erano ben 5 i paesi africani con valori di TFT superiori a 6. In questi paesi il crollo del TFT è stato repentino negli ultimi anni ma la crescita demografica rimane alta per il grosso numero di donne in età feconda e per l’allungarsi della vita media. Infatti, si stima che la Nigeria sarà il terzo paese in termini di popolazione nel mondo nel 2050 (Minnelli, Neodemos, 2025). 

La letteratura sul declino delle nascite è molto vasta e i fattori più citati in merito sono: l’istruzione e la partecipazione al mondo del lavoro delle donne; la carenza di servizi all’infanzia; il sostegno finanziario alle famiglie anche in termini di ore di lavoro per madri e padri lavoratori; la dissoluzione della famiglia tradizionale in cui i bambini erano “di tutti” e tutti concorrevano al loro accudimento; i cambiamenti culturali e antropologici: in Italia, ad esempio, da una indagine condotta su 7000 donne dai 18 ai 34 anni, è emerso che il 21% delle donne dichiara di non voler diventare madre, mentre il 29% manifesta un interesse debole verso la maternità, così metà della popolazione femminile potrebbe non intraprendere la genitorialità (Fondazione Toniolo, 2024); il posticipo di una maternità che molte volte riduce la parità a un solo figlio – eloquente e premonitore il libro Matrimonio e figli: tra rinvio e rinuncia, (De Sandre et al., 1997); in Corea del Sud, che rappresenta l’estremo di bassa fertilità nel mondo: <<Housing is expensive, the parenting culture is intense and the working culture rewards long hours>> e, a Hong Kong: <<Low fertility rates reflect broken systems and broken institutions that prevent people from having the children they want>> (Peeple, Nature, 2025). Sembra che il declino mondiale sia in atto e continuerà: le ultime parole “broken system and broken institutions” riassumono perfettamente cosa sta succedendo nelle nostre società. Guardare la Corea del Sud o Hong Kong, entrambi con bassissimi livelli di TFT – ci fa capire – che le relazioni familiari e le relazioni sociali sono cambiate, sono mutati i rapporti tra i sessi e le aspettative e la cultura della maternità e della paternità, sono sempre di più i single e le coppie che vivono separate e la “working culture rewards long hours”. Secondo le proiezioni ONU, che rappresentano un riferimento autorevole, siamo passati da scenari di crescita apparentemente illimitata a prospettive di stabilizzazione e declino e il XXI secolo sarà caratterizzato, in moltissimi paesi, dalla gestione delle conseguenze di una transizione demografica accelerata verso società con sempre più anziani e numericamente stabili o in contrazione. In prospettiva, la sfida sarà “inventare” politiche pubbliche per i nuovi equilibri demografici, con particolare attenzione a sistemi di spesa diversi, politiche pensionistiche e di welfare che siano in grado di essere sostenibili socialmente ed economicamente.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. (2024), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2024, a cura dell’Istituto Giuseppe Toniolo. Il Mulino, Bologna.

Bonifazi, C. et al. (2021), La politica demografica cinese: dal figlio unico al terzo figlio. Neodemos.

De Sandre, P., Ongaro, F., Rettaroli, R., & Salvini, M. S. (1997), Matrimonio e figli: tra rinvio e rinuncia. Il Mulino, Bologna.

Lee, R., & Zeman K., (2024), Rising childlessness in Korea: marriage postponement and rising education. Neodemos.

Livi Bacci, M. (2018), I bambini di Putin. Neodemos.

Mencarini, L., & Vignoli, D. (2018), Genitori cercasi. L’Italia nella trappola demografica. Università Bocconi Editore.

Minnelli, A. (a cura di). (2025), Tutto quello che avreste voluto sapere sulla fecondità (e non sapevate dove cercare). Neodemos.

Peeples, L. (2025), People are having fewer babies: Is it really the end of the world? Nature, 644, 594-596.

* Massimo Attanasio è docente Ordinario di Statistica Sociale, Università di Palermo