Di Mauro Carosio
Finché c’è vita non c’è solo speranza. C’è tempo. Un tempo presente da vivere, un tempo futuro, breve o lungo che sia, da organizzare e un tempo passato, da ricordare, da dimenticare o da farne quel che serve per stare meglio. Ma soprattutto c’è un tempo per tutto, che significa anche che ci sono cose che non si faranno nonostante il tempo.
Vecchiaia, terza età, anzianità, solo la terminologia oggi scatena dibattiti in diversi campi. Il linguaggio “politicamente corretto” impone riflessioni e attenzioni onde evitare di turbare le sensibilità delle grandi sfaccettature che compongono l’essere umano che, come si sa, è ovunque unico e irripetibile. Oggi sembra quasi che invecchiare, quantomeno in Occidente, sia un’onta. Un tempo ci si preparava per affrontare l’ultima parte della vita e la fase successiva, oggi è quasi come se ci si attivasse per evitarla.
Henry Lodge (2007), medico statunitense, definisce i malanni e i deterioramenti di un invecchiamento normale come “oltraggi intollerabili ed evitabili”, amplificando il mito nordamericano dell’eterna giovinezza. All’opposto, da una ricerca sul terreno condotta in India dall’antropologa americana Sara Lamb (2007), si evince come in un altro contesto culturale e sociale le persone anziane parlino della morte con estrema facilità, considerando la vita umana come una fase transitoria: “meglio morire quando mani e piedi funzionano ancora”. Intanto il tempo passa e gli anni scorrono per chiunque. Oggi il “passare del tempo” è un tema che interessa sempre di più il campo delle scienze umane, antropologia compresa. Abbiamo diversi studi recenti che analizzano il fenomeno con ricerche e produzioni di tesi, paradigmi e confronti. L’antropologia, per definizione, guarda anche altrove e si pone domande. Quando si diventa vecchi? Quali sono gli indicatori più comuni per definire il periodo in questione? La pensione? La presenza di acciacchi? Comprare un paio di scarpe orribili, ma tanto comode? Il superamento di una certa età anagrafica? Quando una persona dichiara la propria età questa diventa un mezzo per valutare diversi fattori, come ad esempio lo stato di salute generale: “per l’età che ha mi pare stia bene”, oppure “è messa maluccio” o ancora “sembra che abbia vent’ anni di meno” (Favi 2021). John Kennedy, quando a 43 anni diventò presidente degli Stati Uniti, era considerato “giovane” mentre un assistente universitario della sua stessa età, oggi, non lo è più. Pensiamo ai ruoli sociali degli anziani: nonne/i, vedovi/e, pensionate/i; si può perdere il partner o diventare nonni/e anche in giovane età. Da queste considerazioni si evidenziano credenze e pregiudizi nei confronti di una fascia, sempre più in crescita, di popolazione e si possono riconoscere conseguenti discriminazioni. Oggi si parla di ‘ageismo’, ovvero l’atteggiamento pregiudiziale e discriminatorio nei confronti delle persone anziane. Atteggiamento che poi ha molti punti in comune col razzismo, il sessismo e altro ancora e che si spiega chiaramente osservando come la sovrapposizione di diverse identità possa creare situazioni di disuguaglianza e emarginazione. La teoria dell’intersezionalità suggerisce ed esamina come varie categorie biologiche, sociali o culturali come il genere, l’etnia, la classe di appartenenza, la disabilità, l’orientamento sessuale e altri tipi di identità interagiscano fra loro. Le varie forme di esclusione quindi, intrinseche nel razzismo, nel sessismo, nell’ageismo, nell’omofobia e in tutti tipi di intolleranze sono interconnesse e generano nuovi sistemi di discriminazione. Alla luce di quanto esposto sorgono spontanee nuove domande relative all’identità di chi invecchia e come. Pensiamo a una donna anziana, sola, afrodiscendente, musulmana e economicamente disagiata in un contesto occidentale e pensiamo alla stessa donna anziana, ma bianca, cristiana e ricca. Indubbiamente le due situazioni suggeriscono percorsi differenti. Se poi introduciamo l’orientamento sessuale come distintivo identitario aggiungiamo carne al fuoco pur trattandosi di una caratteristica del tutto “naturale”. Oggi le persone omosessuali come invecchiano? Esistono differenze o peculiarità che caratterizzano la “terza età” per una persona omosessuale rispetto a una coetanea eterosessuale, oppure l’orientamento sessuale non è una variabile che incide sul come si diventa anziani? Per provare a rispondere a queste domande, tramite un lavoro di ricerca sul campo, abbiamo raggiunto un campione di persone omosessuali anziane che hanno accettato di partecipare a questa inchiesta. Il risultato non è certo una risposta esaustiva ma, piuttosto, un invito a una serie di riflessioni, talvolta illuminanti, che possono essere utili a comprendere meglio la variabilità della natura umana in un momento particolare dell’esistenza, quando il passato si inspessisce e il futuro si assottiglia.
Interviste (1)
Nicola Di Pietro
Sono Nicola Di Pietro, ho 72 anni e sono un medico, ho lavorato in ospedale come clinico, ma per un periodo più lungo come ricercatore nell’industria farmaceutica. Poi ho iniziato a occuparmi di questioni sociali, ho un master in sanità pubblica, e in età precoce ho iniziato a interessarmi alle problematiche degli anziani LGBT. All’inizio sono stato un po’ discriminato perché non avevo neanche 50 anni e bisognava essere più anziani per essere presi in considerazione. Rientrato a Roma da pensionato, dopo un periodo all’estero, ho creato prima un’associazione di ballo “same sex” e dopo, con un gruppo di conoscenti anziani, abbiamo iniziato un percorso per un progetto di cohousing per anziani. In quel contesto è nato Agapanto (2).
D. Che cosa significa, per te, essere gay a 72 anni nel 2025 in Italia?
R. Secondo me ci sono stati grandi cambiamenti. Ricordo, per fare un esempio, quando ero più giovane spesso sui giornali si leggevano notizie di assassinii di gay anziani da parte di partner occasionali. Per fortuna oggi notizie di questo genere non se ne leggono più. Oggi in Italia l’essere gay è diventata una condizione abbastanza serena specialmente per i gay, diciamo, normati ovvero per chi è in coppia. Ho l’impressione che oggi in Italia il valore principale sia quello della famiglia, della coppia, che giustifica tutto il resto. Chi non è in coppia a mio avviso ha problemi più seri. Ovviamente non bisogna dimenticare tutto quello che è stato il movimento di liberazione sessuale in generale. Io avevo 18 anni nel ’70, ricordo questa favolosa vicenda del contestare il passato dei nostri genitori e di aprirci ad una nuova vita che non fosse strutturata come quella che ci era stata proposta. Parlavamo del nozionismo a scuola, del fatto che ci fosse una cultura standardizzata che tutti dovevamo avere. Cambiamenti notevoli in una intera società che sono stati importanti anche per il movimento omosessuale, il quale dalla sua, ha decisamente contribuito. Quindi ben prima delle unioni civili sono stati fatti passi fondamentali per l’accettazione di una condizione minoritaria, ma assolutamente naturale. Le unioni civili sono state un passo molto importante. Con le unioni civili è scomparsa la vergogna delle mamme. Oggi anche loro sono più tranquille pensando che possiamo avere una vecchiaia serena insieme al nostro partner.
D. Quindi il modello etero-cis-normativo contro cui avete lottato, in qualche modo, è passato?
R. É una situazione più rassicurante per tutti. La costruzione di una coppia crea un’illusione di serenità e stabilità e questo vale per chiunque, la possiamo chiamare cis o come vuoi, non è un compromesso è una situazione che soddisfa l’esigenza della maggior parte delle persone. Io personalmente ho conservato un minimo di quello spirito libertario delle origini, ho avuto tre lunghe relazioni e non ho mai preteso storie monogame. Voglio dire la scappatella, o l’avventura, con una terza persona è sempre stata accettata. L’importante è dichiararlo. Io ho vissuto, negli anni ’80, il problema dell’HIV. Ho conosciuto diversi amici che si sono ammalati perché stavano in relazioni che credevano fossero monogame e invece non lo erano. Quindi tanto vale essere aperti e lungimiranti. D’altra parte un alto numero di coppie eterosessuali non sono monogame, quindi impariamo da loro.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. La situazione è molto complessa. Parto dell’esperienza della nostra associazione tramite la quale siamo entrati in contatto con persone fragili e ti faccio un paio di esempi. Ci sono persone sposate che hanno fatto coming out a 60 anni, e non lo hanno fatto prima perché magari hanno avuto una vita fatta di responsabilità nei confronti di figli o di situazioni professionali particolari, con la paura che un coming out creasse frizioni nella loro realtà lavorativa. Oltretutto l’essere omosessuale pesa nel momento della separazione dalla moglie o dal marito, quando si discutono i termini economici della separazione stessa. Ci sono storie di persone che si trovano fuori casa e devono ricostruirsi una vita in una situazione di estrema difficoltà. Sempre tramite l’associazione abbiamo ricevuto richieste di persone omosessuali a cui è morto il partner dopo una vita insieme. Le coppie gay dei miei tempi sono state coppie molto chiuse, senza un contesto sociale di riferimento rispetto a coppie etero. Quando muore un partner in questi casi la persona che rimane è davvero sola e si ritrova senza strumenti per continuare la propria vita. Nelle coppie eterosessuali in genere c’è un contesto di riferimento più consistente.
D. Nicola oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. Io ho avuto una storia molto pesante durata 10 anni con un compagno tossicodipendente. Non è andata bene. Io questa cosa non l’ho risolta perché mi chiedo ancora oggi dove è, cosa fa o cosa gli è successo. Immagino tragedie, ma l’unica soluzione per me è stata quella di troncare. Poi c’è un altro fatto che riguarda la sessualità in generale come rapporto interpersonale. Io sono stato un cacciatore, non mi venivano a cercare, ho sempre preso io l’iniziativa. Ora che le cose stanno cambiando, in primo luogo per fragilità personale, mi chiedo se questa modalità sia stata equilibrata o meno. É un momento in cui mi aspetto che qualcuno si prenda cura di me. È come se mi trovassi prigioniero di un modello che non posso più frequentare. Forse è un modello terribilmente maschilista, avrei dovuto risolverlo prima. Ancora una cosa: essendo cresciuto in un contesto in cui non potevo parlare di me è come se mi fossi portato dietro questa cosa. Io oggi sono una persona che comunica poco, parlo di me, ma con un’empatia trattenuta, parlo dei fatti ma non delle mie emozioni. Nei rapporti di amicizia succede la stessa cosa. Finirò per essere un vecchietto solitario che nessuno si fila e che non si occupa di nessuno, potrei essere felice lo stesso ma non la trovo una cosa giusta. Dopo di che devo dire che al momento sono sereno, ho un compagno da più di dieci anni, mi piace la vita che sto facendo e quindi non mi posso lamentare.
Claudio Cauti (pseudonimo)
Ho 74 anni, sono bisessuale e ho un passato difficile. I tempi sono cambiati, ma io sono cresciuto in un’epoca e in un contesto che non mi hanno permesso di capire chi ero e cosa volevo. Oggi è tutto diverso e comunque la vita è interessante.
D. Cosa significa, per te, essere bisessuale a 74 anni nel 2025 in Italia?
R. Oggi penso che la cosa più importante sia fare pace con sé stessi. Se ci si riesce a questa età si può vivere molto più serenamente la propria situazione. Fare pace con sé stessi significa essere in grado di cogliere al massimo le opportunità, gli incontri e le nuove amicizie. Personalmente ho visto che oggi, grazie a una maggiore consapevolezza, la mia vita è in parte migliorata. Certo ci sono ancora molti ostacoli. Se dal punto di vista sessuale sono pienamente gratificato su quello affettivo c’è ancora molto da fare. Io non ho mai avuto una relazione stabile con un uomo. Sai il mondo gay è volubile, è un mondo usa e getta dove molte persone non sanno chi sono e cosa vogliono. Questo comporta una difficoltà nei rapporti umani che risultano, in qualche modo, falsati. Le nuove generazioni sono vuote, prive di valori, purtroppo spesso i giovani non hanno un lavoro quindi subentra anche una questione di interesse economico nel frequentare una persona in pensione come me. Trovo, fondamentalmente, che manchi un’onestà e una sincerità di fondo che per me sono essenziali. Detto questo comunque riesco a ritagliare momenti molto piacevoli grazie al grande lavoro che ho fatto su me stesso.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale o bisessuale?
R. I cambiamenti ci sono stati, e questi piccoli cambiamenti sono quelli che mi permettono oggi di parlare in questo modo. Ma la mentalità, soprattutto in Italia, è ancora molto ristretta. La cosa che mi fa più dispiacere è vedere che proprio all’interno dell’ambiente gay la paura gioca brutti scherzi. Ci sono ancora tanti pregiudizi e c’è ancora tanta ignoranza. C’è chi pensa ancora all’omosessualità come a una malattia, questo è molto grave e molto degradante per la nostra cultura e per la nostra società.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale, o bisessuale, anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. La solitudine è un grosso problema. Io penso che la differenza sia data più dal carattere che dall’orientamento sessuale. Voglio dire che dipende da quanto una persona è aperta, curiosa o socievole. Dipende dalla disponibilità di mettersi in gioco, cercare nuove amicizie e frequentare ambienti nuovi. È una questione strettamente personale. Va detto che per i gay oggi forse c’è qualche possibilità in più data dalle nuove piattaforme sociali, le chat, che per quanto abbiano fatto perdere il piacere dell’incontro e della spontaneità restano dei mezzi utilissimi e, se usati con intelligenza, funzionano molto bene. Nel mondo eterosessuale, tra gli anziani soprattutto, questo mezzo mi risulta che sia poco utilizzato.
D. Claudio oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. Secondo me questa è una domanda un po’ fuori posto, se non sono ancora morto non posso aver risolto tutto. C’è sempre qualcosa che si può migliorare, siamo sempre in evoluzione. Ci sono sempre situazioni complicate con parenti, mogli, amanti è inutile negarlo. Non si può essere sempre felici con tutti e avere sempre rapporti perfetti o ideali. Per quanto mi riguarda oggi mi trovo molto meglio con tutte le mie relazioni e posso dire che nonostante le fatiche, e la mia vita, ripeto, è stata molto faticosa, oggi sono molto contento di aver superato il mio passato perché mi ha insegnato a stare meglio adesso. Quindi la terza età è senz’altro meglio delle età precedenti.
D. Hai detto più volte che hai avuto una vita faticosa. Nel limite di quello che si può dire, cosa c’è stato di tanto faticoso?
R. Claudio. Claudio che per troppo tempo ha fatto finta di non sapere, di non vedere, Claudio che ha avuto paura. È sempre faticoso quando non puoi essere ciò che sei.
Leopoldo F.
Mi chiamo Leopoldo, ho 75 anni, ben portati (dicono gli altri), non mi sento vecchio, ho alle spalle una vita che mi ha fatto fare tante belle esperienze, ex dirigente presso un’amministrazione pubblica con un incarico che mi ha dato la possibilità di viaggiare, di conoscere il mondo. Sostanzialmente mi occupavo della promozione del made in Italy.
D. Cosa significa per te, essere gay a 75 anni nel 2025 in Italia?
Per prima cosa significa una maggiore consapevolezza, poi sicurezza e voglia di vivere. Una voglia di vivere, appunto, più consapevole di quella che avevo in passato, a trent’anni o a quaranta per esempio. Oggi c’è più equilibrio grazie agli affetti che mi sono costruito e che mi accompagnano. C’è anche la consapevolezza di una rinuncia: quella, ormai, di condividere la mia vita con qualcuno, e poi c’è un equilibrio che mi permette di superare le attese dal punto di vista fisico sessuale, che potevo avere in passato e che oggi sono diventate un’eventualità assai remota. Io ho sublimato una parte di me stesso. La sessualità non è mai stata, per me, una componente decisiva, ma piuttosto un aspetto di un rapporto affettivo ed emotivo che ho cercato nel corso della mia maturità e che forse è quello che in fondo ancora potrei aspettarmi se trovassi una persona corrispondente a queste mie caratteristiche. In questo momento, per me, contano la stabilità affettiva e il calore di un rapporto. Questo non vuol dire ricondurre l’altro a me, ma ritagliare degli spazi comuni in una relazione che può anche essere di amicizia, dato che un nuovo rapporto di coppia lo vedo difficile a questa età. Quanto detto finora riguarda il mio aspetto privato sul quale sono sereno. Mi preoccupa invece quello che stiamo vivendo, il periodo storico, non solo in Italia, ma in un Occidente che pensavamo che avesse raggiunto dei traguardi che oggi sembrano compromessi. Abbiamo perso lo spessore di un umanesimo che abbiamo alle spalle. Ci stiamo confrontando con un periodo in cui il rispetto dell’altro, la condivisione e i valori positivi di una società evoluta sono compromessi.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Io penso che non ci siano differenze o se ci sono stanno negli strumenti che ognuno di noi ha. Per quanto mi riguarda non mi sento una persona anziana omosessuale con problemi diversi da una persona anziana eterosessuale, come potrebbe essere mia sorella, per dire. Riconosco comunque che l’orientamento sessuale possa essere un fattore di disagio o di sofferenza. Una persona anziana si può sentire in difficoltà perché è isolata, perché ha problemi di salute o economici. Questi fattori, a prescindere dall’orientamento, si possono affrontare con più facilità quando ci sono dei puntelli, dei sostegni da parte di persone amiche e solidali. Una rete vera di persone autentiche può aiutare. Bisogna quindi imparare a coltivare questo tipo di rapporti. Per quanto riguarda il contesto omosessuale voglio dire una cosa che potrebbe sembrare provocatoria. Nell’omosessualità maschile la componente del sesso è molto presente e molto marcata, dico questo in base alle mie esperienze e alle mie conoscenze. Ecco, la sessualità può essere un problema, o meglio la domanda di sesso potrebbe essere non adeguata al momento che si sta vivendo e questo potrebbe essere un fattore destabilizzante.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale?
R. Ci sono stati cambiamenti perché la società è cambiata negli ultimi decenni anche in maniera un po’ frenetica. Oggi abbiamo altri stimoli. Frequentando Agapanto, da cinque anni a questa parte ho scoperto il mondo delle chat, che non conoscevo, e mi sono anche iscritto con l’aspettativa di trovare persone che la pensassero come me, quindi non persone alla ricerca di avventure sessuali ma piuttosto di un rapporto stabile, di una relazione o di una compagnia. Si perde molto tempo su queste chat, però ho avuto un paio di piacevoli sorprese. Ho conosciuto una persona interessante, un medico, divorziato con figli, di fuori Roma, una persona piacevole e per bene. È venuto e Roma e ci siamo incontrati. Non è nata una relazione di coppia però siamo diventati amici e abbiamo fatto anche delle vacanze insieme. Quindi la possibilità di ricavare, da questi nuovi strumenti, occasioni per dare contenuto alla propria vita ci sono. Oggi dunque un anziano ha delle possibilità in più rispetto al passato. Per quanto mi riguarda comunque sono un tipo tradizionalista e preferisco allargare la mia cerchia di conoscenze in maniera più consueta, magari attraverso amici. Devo dire che sto constatando che con l’età è vero che si cerca la compagnia di persone solidali, ma nel frattempo si diventa anche più pretenziosi ed esigenti. Diciamo che si fa prima a capire se un nuovo incontro è foriero di possibilità di sviluppo di rapporti o se la cosa finisce lì. La terza età permette anche di avere tempi di maturazione più rapidi nel prendere decisioni.
D. Leopoldo oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. Il grosso è risolto, però ci sarebbero ancora un paio di cosette che mi piacerebbe affrontare. Una è ingenua e innocente, te la racconto. A dicembre del 1970 sono andato a letto per la prima volta con un ragazzo. Uno sconosciuto. Avevo la ragazza. Quel giorno ero in centro a Roma e, per farla breve, vengo rimorchiato da un trentenne che mi invita a casa sua. Vado. Pochi giorni dopo era il mio compleanno e la ragazza con cui stavo, molto carina, mi regala un pullover fatto a mano da lei. Io ricevo il regalo e le dico che non dovevamo più vederci. Trovavo che ci fossero delle incongruenze in quello che facevo. Ecco, oggi mi piacerebbe incontrarla per spiegarmi e dirle quello che era successo. Un po’ mi sento in colpa tuttora.
D. Qual è stato il periodo più faticoso della tua vita e quale invece quello che ricordi in maniera più piacevole?
R. Il periodo più faticoso è stato senz’altro intorno ai quarant’anni quando sul lavoro dovevo occuparmi di cose impegnative, ma che non mi interessavano. Quando tornavo a casa, ero all’estero, non c’era una persona ad attendermi e io lo avrei desiderato. Il periodo più bello è senz’altro quello più recente. Negli ultimi anni della mia vita lavorativa ho iniziato a prendermi cura di una persona che ho amato: mia madre. Ci siamo ritrovati a vivere insieme dopo più di vent’anni nel rispetto reciproco fino a che non se n’è andata. Oggi ripensando a quel periodo ho la sensazione di aver fatto la cosa più naturale senza aver rinunciato a nulla. Negli ultimi anni della sua vita, quando già stavo in Agapanto, a casa venivano amici e le dissi che mi stavo innamorando di uno di loro. Lei fu molto contenta perché pensava di potersene andare lasciandomi in compagnia. Naturalmente non è successo, però forse lei se n’è andata pensando a questo.
Marielisa M.
Ho 84 anni compiuti e per la prima volta faccio i conti con la vecchiaia. La testa è rimasta quella di un po’ di tempo fa, ma il corpo mi manda segnali inequivocabili per cui devo fare attenzione a come cammino, a come mi vesto eccetera. Sono un’ex insegnante, figlia di due insegnanti, ero una predestinata. Gli occhi puntati sul rendimento scolastico! In terza elementare non capivo le frazioni: è scoppiata una tragedia in casa mia!
D. Che cosa significa, per te, essere lesbica a 84 anni nel 2025 in Italia?
R. La domanda per me non è facile. Io ho seguito un’esigenza che si è manifestata quando avevo settantasette anni. Ho vissuto nell’anonimato per sessant’anni con la mia compagna. Quando lei si è ammalata ho dovuto confrontarmi con le conseguenze della situazione. Mi sono sentita negare la possibilità di poter prendere decisioni, di come curarla perché non avevo nessun diritto. Un’esperienza devastante. Nel momento in cui la mia compagna, che non ha mai accettato la sua omosessualità, è mancata io ho deciso che dovevo essere chi ero, dovevo dirlo apertamente rivendicando la mia sessualità e la vita che avevo condotto con una donna. Mi sto facendo seguire da una psicologa alla quale ho detto che volevo stare con quelli come me. Lei mi ha indirizzato all’associazione Agapanto di cui faccio parte. Ho sentito che dovevo essere quella che sono stata tutta la vita. A settantasette anni non riuscivo a pronunciare la parola lesbica. Tutto questo è paradossale perché io sono stata sessant’anni con una donna e non mi è mai venuto in mente di provare con un uomo. Ho avuto una brutta storia intorno ai due anni: sono stata abusata. Esperienza taciuta, mai condivisa e uscita fuori nel corso della psicoterapia. Il rapporto col maschile per me è sempre stato faticoso. Comunque essere definita lesbica in un contesto sociale dove il termine sta ad indicare un qualcosa di negativo l’ho trovato un insulto alla mia vita e alla mia storia d’amore. Essere lesbica per me oggi è poter essere me stessa e poterlo dire. Oggi io vedo la necessità di espormi perché, in fondo, non abbiamo ancora conquistato il diritto di esserci. Io ricordo in questa stanza il medico che mi ha negato la possibilità di decidere della vita della mia compagna perché di fronte alla legge non ero nessuno. Questo pochi giorni prima che mancasse nel 2021.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Ci sono differenze. La solitudine di una persona anziana eterosessuale fa i conti con i problemi di un’organizzazione familiare con le sue tradizioni, le sue smagliature eccetera e quindi se si sente sola è perché si sente abbandonata dai parenti. Nel mio caso io avevo una grande famiglia dalla quale ho preso le distanze, ho dovuto prenderle per la questione che ho raccontato. Sono stata abusata da un parente come spesso succede. Quindi, rispetto alla mia famiglia d’origine, la mia solitudine è una scelta. Però, negli ultimi anni, ho incontrato le persone che volevo incontrare. Sono sola perché mi manca la mia compagna, sempre. Oggi però riesco a vivere per quello che sono, un passo molto importante per me. Tornando alla solitudine in generale, trovo ci sia più solidarietà tra i maschi omosessuali anziani che tra le donne, ma forse questa impressione è dovuta alla mia presa di coscienza tardiva. Non ho amiche lesbiche e penso di non piacere alle donne, la mia psicologa attribuisce questa cosa al fatto che io, per troppo tempo, ho mandato messaggi ambigui quando non falsi. Ho dovuto inventare una vita che non era quella che stavo vivendo.
D. Marielisa oggi. Mi sembra che stiamo sistemando un sacco di cose?
R. Diciamo che sto sistemando le cose. Quando ho deciso di dire che ero lesbica mi è stato risposto che tutti lo sapevano e che non c’era nessun problema purché non andassi a strombazzarlo. Questa è una forma di omofobia molto diffusa, bisogna stare zitti. Ecco io non voglio più stare zitta. Frequento le vecchiette di alcune associazioni culturali, vecchiette come me, e quando mi chiedono dei miei figli io dico che non ne ho avuto perché sono lesbica e allora c’è sempre quella che dice: “eh ma mica c’è bisogno di dirlo”. Io invece penso che c’è bisogno! C’è proprio bisogno! Ho sistemato la mia necessità di obbligare gli altri ad accettarmi per quella che sono. Una grande soddisfazione!
Paolo Flamini
Sono Paolo Flamini, ho 78 anni e sono un neuropsichiatra infantile in pensione. Ho scoperto la mia omosessualità intorno ai vent’anni e ho iniziato a viverla verso i 24. Ho avuto dei periodi di bisessualità, ma direi che da circa vent’anni sto vivendo appieno la mia parte gay pur non sentendomi totalmente fossilizzato in questo orientamento.
D. Che cosa significa, per te, essere gay a 78 anni nel 2025 in Italia?
R. Io sono fortunato perché vivo in una città, Milano, che credo che sia la più aperta rispetto alla tematica, quindi mi sento totalmente a mio agio. Sono felicemente in coppia quindi ho anche una certa stabilità, frequento prevalentemente l’ambiente omosessuale, però ho anche qualche amica etero quindi ho la possibilità di dare un’occhiata all’esterno
D. Tu sei anche tra i fondatori del Silver Rainbow, ne parliamo?
R. Tempo fa mi sono trovato con qualche amico e abbiamo pensato di creare una sezione del CIG (Centro di iniziativa gay di Milano affiliato all’Arcigay nazionale) dedicata alla nostra fascia di età che è un po’ trascurata dal mondo gay ufficiale, più improntato verso i giovani. Il progetto era partito con l’idea iniziale di creare un luogo dove vivere insieme, un cohousing, che mi pare un obiettivo ancora lontano sebbene all’estero ci siano già realtà di questo tipo. Nel frattempo ci siamo organizzati con attività ricreative volte a socializzare, perché un problema dell’anziano gay è quello dell’isolamento soprattutto se non si è in coppia. Facciamo anche riunioni di tipo autocoscienziale che servono per conoscerci e per arricchirci. Ognuno in base alle proprie esperienze ha cose da dire, e pensiamo che ci si possa ancora sviluppare mentalmente anche alla nostra età. Poi organizziamo gite, visite a mostre e assistenza a persone in difficoltà. Quest’ultima attività è ancora in fieri, ma in programma.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Penso che la differenza sia che le persone omosessuali hanno meno legami sociali facilitanti rispetto a una persona eterosessuale. Voglio dire i gay al massimo, se riescono, costruiscono una coppia, poi il problema arriva quando uno dei due decede e l’altro rimane solo. Nella maggior parte dei casi non esistono legami di famiglia tipo fratelli, parenti e tutto quello che c’è nella famiglia tradizionale. Questo per me è un fattore che agisce sull’isolamento. Inoltre molti omosessuali tendono a cercare persone più giovani quindi ci si sente discriminati, in quanto anziani, anche all’interno della comunità stessa. Poi la solitudine può essere un problema anche per gli eterosessuali, ma per noi lo vedo come uno svantaggio ulteriore.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale?
R. È cambiato molto e in meglio. Non essendo, quantomeno, più considerati malati, le persone si sentono meno emarginate. Poi dipende dai contesti, ma io sento che quello stigma di una volta non c’è più. Non si deve più avere una doppia vita cosa che una volta era la regola.
D. Paolo oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. Risolvere tutto è impossibile, perché fortunatamente la vita è in continua evoluzione quindi i problemi sorgono, bisogna risolverli e andare avanti. Io mi sento ancora abbastanza in grado di adattarmi alle diverse situazioni. Anche la mia situazione sentimentale attuale non la vedo come una cosa immodificabile. Una cosa che ho in mente è che la coppia non deve essere la più grande aspirazione per un omosessuale. É importante, però possono esserci altre situazioni in cui gli amici o anche i partner occasionali possono costituire altre modalità di espressioni. Il concentrarsi troppo sull’avere un compagno crea altri problemi, per esempio il non vedere altre modalità di stare al mondo.
Nando Rossi (pseudonimo)
Mi chiamo Nando sono di Torino, ho 83 anni compiuti e sono un ex dipendente pubblico. Sono bisessuale e non sono dichiarato.
D. Che cosa significa, per te, essere bisessuale a 83 anni nel 2025 in Italia?
R. In Italia nel 2025 cambierei tante cose, ma lasciamo perdere. Per quanto mi riguarda sono contento della vita che ho fatto, diciamo che non ho rimorsi né rimpianti. Io credo che ci sia un filo conduttore legato al cordone ombelicale. Voglio dire, quando nasciamo è già tutto scritto poi sta a noi, dove è possibile, cambiare piccole cose. Oggi credo di essere una persona risolta, anche perché se non lo fossi alla mia età… comunque io non ho mai sofferto a causa della mia condizione o del mio orientamento sessuale, senza aver mai sentito il bisogno di dichiararlo. Per quanto riguarda gli incontri, sono molto più sicuro di me oggi rispetto a quando ero più giovane. Anche con la sessualità ho un rapporto migliore di un tempo.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale o bisessuale?
R. Secondo la mia percezione è cambiato ben poco. Oggi ci sono le unioni civili, che non equivalgono al matrimonio, ma almeno ti danno il diritto alla reversibilità della pensione. Un contentino. La chiesa continua ad avere posizioni inaccettabili e socialmente continuiamo a sentire di aggressioni agli omosessuali o a vari episodi di omofobia. C’è ancora tanta strada da fare.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale, o bisessuale, anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Secondo me la solitudine è uguale per entrambi sia eterosessuali che omo o bisessuali. Poi dipende dalla persona, dal carattere del singolo. Voglio dire c’è chi ha una naturale tendenza a isolarsi, che magari aumenta con l’età, ma ci sono tante persone che sono in grado di crearsi una rete di amici con cui trascorrere del tempo in vari modi. E secondo me, questo vale per tutte e tutti.
D. Tu hai detto che sei una persona risolta, ma c’è qualcosa che vorresti cambiare su di te o in generale?
R. Io vorrei vedere cambiare un sistema che non vede di buon occhio due persone dello stesso sesso che si amano. L’amore è amore e vale per tutti. Vorrei che questo cambiamento partisse da chi ci governa, ma vedo che non è così.
D. Tu hai mai fatto qualcosa per contribuire a questo cambiamento che ti piacerebbe vedere?
R. No, non ho mai fatto niente perché la mia condizione di bisessuale me lo rendeva difficile. Era come se la mia parte etero cozzasse con quella gay. Chiaramente ho sempre difeso le scelte di chiunque, ma prendere parte a iniziative pubbliche l’ho sempre trovato difficile. Come ti ho detto all’inizio, io non sono dichiarato.
Pietro Tarallo
Nato a Firenze, sotto le bombe del 21 giugno 1941 quando scoppiava la guerra tra Italia e Russia. Successivamente mi trasferisco a Torino e infine a Pieve Ligure. Nomade per vocazione e sedentario per scelta. Da rappresentante dei Baci Perugina a giornalista free lance. Sono un grande viaggiatore scrivo reportage di viaggi e guide turistiche (ultima pubblicazione “Viaggio nei costumi sessuali, 86 paesi tra diritti, divieti, trasgressioni e curiosità” 2024, Erga Edizioni). Sono gay dichiarato dal ’68 e oggi felicemente coniugato dopo varie esperienze anche eterosessuali. Ex militante di Lotta Continua e del C.O.S. (collettivo omosessuale della sinistra rivoluzionaria) comunque da sempre di sinistra.
D. Che cosa significa, per te, essere gay a 84 anni nel 2025 in Italia?
R. La mia terza età da un lato è serena, però mantenendo il mio impegno politico nel settore, vedo che ci sono problemi. Grandi passi sono stati fatti, ma rimane sempre una sorta di frazionamento o di divisione che rende difficile la costituzione di un fronte comune verso una realtà che tende a sottrarre i diritti e le conquiste fatte. Inoltre mi chiedo oggi come può, una persona anziana, vivere la propria sessualità soprattutto se non ha un compagno stabile e continua ad avere desideri. Il bello dell’omosessualità è il desiderio, polimorfo in tutte le sue sfaccettature. Secondo me la fedeltà ad oltranza è un’utopia, la monogamia è un valore reazionario e patriarcale, serviva al maschio per tenere la donna sotto chiave. Molti gay hanno fatto propria questa visione. A noi, militanti della prima ora, del matrimonio tra persone omosessuali non importava nulla, anzi era un modello da distruggere. Oggi vedo coppiette gay che scimmiottano un modello etero, mi sembra riduttivo, un tentativo di avere una sorta di consenso sociale. Alla luce di questa realtà oggi per una persona anziana è difficile avere incontri. A me, per esempio, manca molto la seduzione, il gioco della seduzione è meglio dell’orgasmo, è conquistare una persona con la testa. Questa dimensione mi manca. Per concludere: la vecchiaia non è una bella stagione. Ti rendi conto che sei alla fine del tunnel e dopo non c’è quella luce mistica che ti aspetta. Devi constatare che le cose che facevi, tutto quello che eri abituato a fare diventa più complicato e alcune cose non le fai più. È un momento in cui devi reinventarti per evitare di cadere in depressione.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Hanno le stesse difficoltà, o per lo meno dipende dal contesto sociale. In una persona omosessuale può esserci il retaggio di uno stigma che continua a esserci e incide a seconda del contesto sociale in cui una persona si muove e anche dalla capacità che un omosessuale ha avuto di far valere la propria personalità e considerarla importante e non subalterna a un eterosessuale. È un po’ il discorso dell’orgoglio. In tutta la mia vita io ho avuto l’orgoglio di essere gay, sia quando insegnavo sia quando facevo il giornalista a tempo pieno e ancora adesso qua a Pieve tutti sanno, dal direttore di Donna Moderna al sindaco del paese.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale?
R. Sono cambiate tante cose in meglio. Oggi ci sono più spazi, ci sono più luoghi deputati. Pensa alle comunità che si sono create a Maspalomas o a Gran Canaria, ci sono le saune. Con la crescita del movimento c’è stata l’inclusione di personaggi diversi tra loro e si sono sdoganate delle tipologie fisiche impensabili fino a poco tempo fa. Pensa a una persona anziana gay o a una persona corpulenta o obesa. Oggi c’è un mercato per tutti. Quando ho iniziato a militare nel movimento erano tutti magri. Oggi ci sono i luoghi di incontro virtuali, i social, che io detesto perché sono situazioni in cui manca completamente l’aspetto della seduzione, manca l’approccio visivo e tattile. Manca il corpo.
D. Il corpo, che rapporto abbiamo oggi col corpo?
R. Tragico. Vedere il proprio corpo decadere, vedere che non reagisce più con la duttilità e l’elasticità di un tempo è brutto. Se poi dimagrisce è ancora peggio. Tutti questi aspetti influiscono sulla psiche. Poi tieni conto che molti di noi hanno problemi con la prostata che trasformano sessualità e desiderio. Devi reinventare tutto per scoprire che il tuo corpo può darti piaceri molto intensi anche escludendo la zona genitale. Tutto il corpo può provare piacere basta saperlo condurre.
D. Pietro oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. No, non ho risolto tutto e alcune cose del mio passato incombono su di me come una spada di Damocle. Avendo avuto una vita variegata e complessa soprattutto dal punto di vista affettivo e professionale spesso nel momento del dormiveglia mi vengono in mente degli spezzoni di vita più problematici. Questi da un lato diventano un’occasione per capire dove ho sbagliato, ma nello stesso tempo ingenerano angoscia e sensi di colpa. I ricordi sono fondamentali per conoscersi, ma alla mia età a volte fanno soffrire. Aspettative? Avrei voglia di inventarmi nuove cose, come peraltro ho sempre fatto, ma è come se mi mancassero le energie.
D. Terza età istruzioni per l’uso, che consigli daresti ai tuoi coetanei omosessuali per una terza età serena?
R. Fare pace con sé stessi, con la propria omosessualità. Troppo persone hanno ancora grossi problemi, hanno ancora paura della propria omosessualità. Questa paura non dà la possibilità di apprezzare il polimorfismo e il desiderio espanso che la condizione di omosessuale ti offre. Ancora oggi, in alcune persone, l’omofobia interiorizzata ti porta ad accettare degli stereotipi e degli obblighi sociali eteronormativi terribili e che hanno distrutto la nostra società.
Silvia Pastore
Sono Silvia Pastore, ho 72 anni, vivo a Genova, e ho capito di essere lesbica o comunque di preferire le donne quando avevo poco più di vent’anni. Da giovane ho viaggiato molto proprio perché avevo voglia di conoscere e capire le diverse sfaccettature del mondo femminile. Io sono una lesbo-femminista. Eravamo alla fine degli anni ’70. Ho lavorato per diversi anni in una cooperativa sociale, ed era esattamente il lavoro che volevo fare. La mia attività politica è stata soprattutto fuori Genova, perché a Genova l’associazionismo lesbico era praticamente inesistente.
D. Che cosa significa, per te, essere lesbica a 72 anni nel 2025 in Italia?
R. Nonostante, per quanto riguarda il governo, non siamo messi certo bene, personalmente vivo un momento di grossa felicità perché quando ero giovane si parlava pochissimo di lesbismo o di mondo LGBT, anche se io ho avuto la grossa fortuna di vivere in realtà di donne a Milano. Adesso sono contenta di quello che abbiamo costruito. Vedo persone giovani, molto diverse da come ero io, che mi piacciono molto, mi piace il loro modo di stare al mondo, ascolto molto e spesso mi chiedono cose che riguardano i miei tempi.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale?
R. Penso che siano cambiate delle cose. Abbiamo molto lavorato sia come movimento lesbico che come movimento LGBT e vedo che rispetto a persone eterosessuali io ho molta meno paura del futuro. Ho una sorta di fiducia nelle reti che abbiamo costruito e negli ultimi anni anche a Genova ho trovato una situazione LGBT che mi piace. Ho relazioni con persone di tutte le età e di diversi orientamenti. Questa situazione mi dà come l’impressione che ce la faremo. Oggi poi ci sono le piattaforme sociali che sono senz’altro un’innovazione che riguardano anche il mondo lesbico anche se io ho preferito continuare a frequentare persone dal vivo in associazioni, per esempio il centro Agape. Ecco però ricordo quando c’è stato il lock down, in quel periodo ho usufruito molto del mondo virtuale, per restare in contatto con le persone con cui avevo attività da svolgere. Abbiamo organizzato il campo lesbico di Agape online ed è stato molto bello, in quel momento orribile. Abbiamo anche fatto la festa finale dove ognuna ballava da sola in casa propria.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Io mi sento abbastanza privilegiata perché sento questa comunità come una rete molto forte. Ho vissuto spesso in situazioni collettive e mi piace vivere con diverse persone. Spesso ho pensato con chi mi piacerebbe vivere da vecchia, ancora del tutto vecchia non mi ritengo, e penso che questa mia abitudine alla vita comunitaria mi sia di aiuto. É come se mi sentissi più protetta, sento di avere una rete più ampia di quella che potrebbe avere una mia coetanea eterosessuale. Questa, per quanto mi riguarda, è una grande differenza.
D. Silvia oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
R. Direi che ho abbastanza fatto pace. L’inizio della mia vita da lesbica è stato molto turbolento, poi nell’arco degli anni ho come chiuso dei cerchi. Per esempio sul lavoro: sono riuscita a portare le mie idee nel sociale. Ho avuto relazioni molto belle che hanno lasciato un segno nel profondo. Ora è un po’ che non ho una compagna stabile, fino a qualche anno fa la cosa mi mancava, oggi sono anche molto tranquilla su questo. Ho avuto una vita affettiva molto ricca sia come relazioni d’amore che come amicizia. Negli ultimi anni ho anche ricostruito buonissimi rapporti con quello che rimane della mia famiglia d’origine, che sa che sono un’attivista. I miei nipoti mi fanno domande sul mio coming out e tutto questo mi dà molta felicità. Cosa mi manca? Vorrei una casa con l’ascensore… quindi forse sto proprio bene.
Giacomo Modiano (pseudonimo)
Ho 83 anni. Sono un omosessuale non dichiarato di nascita ebraica, perseguitato dai nazisti durante la guerra, nonni morti nei campi di concentramento. Una vita dura nei campi militari della Svizzera, tra sofferenze tremende pagate con una vita difficile. I miei fratelli ce l’hanno fatta, io no perché oltre tutto ero omosessuale in un momento storico in cui l’omosessualità non esisteva. Quando a vent’anni ho dovuto prendere coscienza della mia condizione, l’omofobia interiorizzata era tale che ormai non potevo recuperare. Gli omosessuali erano la feccia del sesso maschile. A ventidue anni sono stato da uno psicoanalista, il quale, seguendo la moda dell’epoca, ha tentato di farmi diventare etero senza riuscirci. La terapia è stata interrotta a seguito della scomparsa dello psicanalista dopo quattrocento sedute. Ho dovuto sopravvivere. Ho tentato di superare la mia omofobia a 77 anni grazie a un incontro con uno psichiatra omosessuale e uno psicologo cognitivo comportamentale che mi hanno aiutato, ma ormai ero troppo vecchio e nessuno si è interessato a me.
D. Come stai vivendo la tua terza età a seguito di una vita così particolare?
R. Forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto fuori dall’ambiente omosessuale, come ero prima dei settantasette anni, sapendo chi ero ma sapendo anche che non potevo vivere la mia condizione alla luce del sole. Mi sarei evitato altre fatiche. A causa dell’ambiente da cui provengo ho sempre disprezzato questo aspetto di me stesso e il mondo omosessuale in generale. Come vivo oggi? In questo momento in particolare sono innamorato di un uomo che non nutre alcun interesse sessuale nei miei confronti, e io lo capisco perché sono vecchio e non sono più attraente. Mi sento solo, ho un gran bisogno di affetto che non ricevo.
D. C’è qualcosa di positivo in tutto questo?
R. Il fatto positivo è quello di poter essere sé stessi, nel mio caso talvolta, dal momento che con le vecchie conoscenze io sono ancora “eterosessuale”. Rispetto alla sessualità, o meglio, all’affettività è una sofferenza. É come se sentissi l’odore di un cibo che non è più cucinato per me. Quindi se dovessi fare un bilancio di positivo c’è ben poco, ho trovato persone che mi hanno mostrato interesse che non si è mai concretizzato in qualcosa di più. Ho frequentato ambienti omosessuali cattolici nei quali non mi sono mai sentito accolto.
D. Dal tuo punto di vista come si è evoluta la percezione sociale dell’omosessualità?
R. La percezione sociale si è evoluta ma l’omofobia dei singoli, così come l’antisemitismo, rimangono a uno stato latente e si manifestano periodicamente. Dopo secoli in cui la chiesa ha lavorato per condizionare i popoli, se si trovassero i geni dell’antisemitismo o dell’omofobia non ci sarebbe da stupirsi. Gli omosessuali comunque, per quanto la società sia cambiata, rimangono sempre dei diversi, come gli ebrei o come le persone di colore, e io sono un omosessuale vecchio e i vecchi non interessano a nessuno.
Francesco Carpentieri
Sono Francesco Carpentieri, ho 80 anni, sono un pensionato e vivo a Genova. Siccome non mi piace vivere da solo ospito un amico che è separato dalla moglie e ha un figlio. Si è creato un ambiante famigliare. Il mio amico è stato sempre presente quando ho avuto problemi di salute. Il figlio mi considera un nonno.
D. Che cosa significa, per te, essere gay a 80 anni nel 2025 in Italia?
R. Oggi ho raggiunto una certa tranquillità. Ho un bellissimo rapporto con il mio ex compagno con cui sono stato 14 anni e che ho conosciuto 40 anni fa. Ci sentiamo quotidianamente e nei weekend sono spesso a casa sua in campagna. Ho molti amici e amiche con cui passo molto tempo. Non mi sento solo. Per me la solitudine sarebbe stata un problema, per questo ho sempre avuto gente in casa. Gente di tutti i tipi, questo mi ha aiutato ad avere una maggiore apertura mentale, a uscire da una dimensione strettamente gay, per cui ho imparato a stare insieme agli altri. Negli ultimi anni poi ho iniziato a fare volontariato presso la comunità di Sant’Egidio, ho conosciuto altre persone, mi sono sentito accolto e mi sono riavvicinato alla fede che avevo messo da parte perché vivevo un forte contrasto tra fede e omosessualità che oggi non vivo più perché sono più sereno.
D. Quali sono, secondo te, le differenze tra una persona omosessuale anziana e sola e un’eterosessuale nella stessa condizione?
R. Il problema della vecchiaia riguarda tutti quelli che hanno avuto la fortuna di arrivarci. La solitudine è brutta per tutti. Io vedo le case famiglia che gestisce la Comunità di Sant’Egidio. La maggior parte sono donne vedove e sole perché i figli magari non se ne possono occupare.
D. Cosa è cambiato negli ultimi decenni per una persona anziana omosessuale?
R. È cambiato tanto e in meglio perché quando io ero giovane non c’era nessun tipo di cultura che riguardava l’omosessualità. Oggi dopo tutto quello che è successo a partire dai movimenti degli anni ’70 i gay stanno venendo fuori, la società è cambiata anche se non ancora del tutto, ci sono le unioni civili. Da giovane io ho sofferto per l’emarginazione e ho pensato di essere malato e di non poter avere un futuro. Oggi ho un presente positivo con amici e parenti. Io sono di Salerno e ho finalmente recuperato i rapporti che avevo interrotto. Mi sono riappacificato con i miei fratelli, una bella cosa.
D. Francesco oggi. Abbiamo risolto tutto o c’è ancora qualcosa da sistemare?
Se parliamo di sensi di colpa quelli li ho avuti da giovane e ho dovuto combatterli. Sono stato in terapia e ho preso psicofarmaci per stare meglio. Oggi però ho una tranquillità interiore che prima non avevo, e ti dirò di più: paradossalmente il fatto che, per motivi di salute e di età, non sono alla ricerca di qualcuno mi fa sentire bene, mi sento sollevato. C’è stato un tempo per l’eros, oggi sono importanti altri tipi di rapporti, quelli affettivi. Sto decisamente meglio di un tempo. Pensa che a 80 anni per la prima volta ho fatto il passaporto.
Note
1-Queste interviste sono state realizzate grazie al prezioso contributo di Gian Paolo Armati, Luca Colombo e Ubaldo Sparatore.
2-Agapanto APS, “nasce a Roma nel 2017 dall’esperienza di un gruppo di persone LGBTQ+ anziane unite dalla volontà di creare uno spazio nuovo di espressione, condivisione e impegno, con l’obiettivo di dare visibilità e risposte ai bisogni della nostra comunità, quasi sempre ignorata o esclusa anche dalle istituzioni, dalle associazioni e dagli spazi LGBTQ+” www.agapanto.org.
BIBLIOGRAFIA
Favi J. (2021) Invecchiare, Prospettive Antropologiche, Meltemi Editore.
Lamb S. (2007) Seccessful Aging as Contemporary Obsession. Global Perspective, Rutgers University Press, New Brunswick.
Lodge H. (2007) Younger Next Year: Live Strong, Fit and Sexy – Until You’re 80 and Beyond, Crowley/Lodge Ed.
* Mauro Carosio è membro della redazione di Varchi