La fabbrica dell’urgenza

di Pietro Barabino *

Come un fatto diventa notizia

Un imprenditore dice di cercare 60 camionisti, offre 3.000 euro netti al mese e sostiene di non trovarli. È l’estate del 2021 e la storia funziona: inserisce il caso nella categoria politico-mediatica dei percettori che “non vogliono lavorare” e diventa un argomento contro il reddito di cittadinanza. A meno di contraddizioni macroscopiche, ricostruire le condizioni contrattuali e ciò che il racconto iniziale lascia fuori richiede altro lavoro, che spesso viene tralasciato. Prima che qualcuno abbia verificato i fatti, esiste già una versione abbastanza verosimile da essere pubblicata con un buon titolo e usata come conferma di un luogo comune. Quando quella prima versione si impone, gli elementi che la complicano rischiano di essere trattati come dettagli che “rovinano” la notizia.

Nel caso specifico, per poter ricevere il primo stipendio da quella ditta di autotrasporti servivano mesi di formazione, abilitazioni e migliaia di euro. È un elemento essenziale, ma quando quella notizia uscì sui quotidiani, sui siti e in tv, quel dettaglio venne omesso o rimase sullo sfondo.

Non tutti i fatti diventano notizie: qualcuno li sceglie e decide come presentarli. Selezione, ordine e proporzione bastano a cambiare ciò che il lettore vede e comprende. Dichiarazioni interessate trattate come descrizioni neutrali o immagini autentiche che mostrano soltanto un pezzo di realtà possono produrre un racconto parziale senza contenere esplicite falsità. La prima versione acquista così un vantaggio sulle integrazioni successive, che faticano a imporsi.

La notizia arriva già scritta

Una ricerca dell’Università di Cardiff, condotta nel 2006 su quotidiani britannici, trovò che il 60 per cento degli articoli dipendeva interamente o principalmente da materiale già confezionato proveniente da agenzie, relazioni pubbliche o altri media. Soltanto il 12 per cento risultava privo di materiale preconfezionato (1).

Vent’anni dopo, una rassegna sistematica ha raccolto 46 studi sul cosiddetto churnalism, termine usato per indicare la produzione di articoli ottenuti in larga parte rielaborando materiale già pronto, come comunicati e lanci d’agenzia. In uno degli studi, il 48,4 per cento dei contenuti analizzati era basato su materiale d’agenzia (2).

L’immagine romantica del cronista che scopre una storia e comincia da zero descrive una quota marginale del lavoro giornalistico. Le fonti organizzate partono avvantaggiate: istituzioni, aziende, organizzazioni di categoria e politici dispongono di uffici stampa, portavoce, consulenti e persone pronte a dialogare con i giornalisti. Chi ha subìto un danno, perso un lavoro o vuole denunciare una criticità può avere documenti importanti, ma nessuna idea di chi chiamare. C’è poi il fattore tempo. Leggere un bilancio, studiare una sentenza, andare sul posto, trovare una fonte o aspettare una replica possono richiedere ore; un comunicato ben costruito può diventare un articolo in pochi minuti.

Per orientare il racconto non servono necessariamente inesattezze. Un comunicato può contenere dati corretti e informazioni utili, ma scelti e ordinati per produrre l’impressione più favorevole a chi lo diffonde. Anche dati esatti possono essere selezionati e accostati in modo da suggerire conclusioni che quei dati, presi da soli, non bastano a dimostrare.

Nel saggio On Bullshit, pubblicato nel 1986 e tradotto in italiano con il titolo Stronzate. Un saggio filosofico, Harry Frankfurt distingueva il bugiardo, che deve misurarsi con la verità per poterla nascondere, da chi parla senza preoccuparsi che ciò che dice sia vero o falso (3). Nel 2020 Carl Bergstrom e Jevin West, nel libro Calling Bullshit, hanno portato un ragionamento analogo nel campo dei dati, mostrando come cifre, statistiche, grafici e analisi possano essere formalmente corretti e insieme usati per sostenere conclusioni ingannevoli (4).

Se poi la ricostruzione proviene da una fonte istituzionale, viene assunta come base della notizia e controllata ancor meno. Nel febbraio 2026, per esempio, l’ufficio stampa della Questura di Torino diffonde una fotografia alterata con l’IA; numerose testate la pubblicano per raccontare i disordini avvenuti durante un corteo a seguito di violente cariche delle forze dell’ordine (5). Il semplice passaggio attraverso un canale ufficiale conferisce una credibilità che la stessa immagine, incontrata su un profilo anonimo, non avrebbe avuto.

Il confine tra informazione e comunicazione si fa ancora più ambiguo quando contenuti legati a interessi economici o commerciali vengono presentati con forme e linguaggio giornalistici. Le norme deontologiche prescrivono che pubblicità e informazione restino riconoscibili come tali (6), ma non è sempre semplice distinguere contenuti sponsorizzati, inserti e iniziative speciali dai contenuti giornalistici. Ancora meno evidente può essere il peso della proprietà o degli inserzionisti nelle decisioni su che cosa pubblicare nei settori di loro interesse.

Chi produce l’informazione

Il giornalista stabilmente assunto in redazione rappresenta ormai una minoranza. La professione conserva qualcosa dell’immagine novecentesca di categoria protetta e, in alcuni suoi esponenti, di una cultura corporativa maturata quando tutele economiche e status erano ben diversi. I numeri raccontano però un mestiere molto più frammentato: nel 2023 meno di uno su cinque degli iscritti all’Ordine dei giornalisti risultava lavoratore subordinato; il rapporto sullo stato del giornalismo italiano registra una prevalenza degli autonomi in tutte le fasce d’età (7).

La legge continua a distinguere fra professionisti, per i quali l’attività giornalistica è definita esclusiva e continuativa, anche se nella pratica è spesso prevalente più che esclusiva, e pubblicisti, che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche insieme ad altre attività professionali. Questa distinzione formale dice però relativamente poco sulle condizioni concrete di lavoro. Anche gli assunti lavorano con un contratto nazionale Fieg-Fnsi scaduto nel 2016 e non ancora rinnovato. Fuori dal lavoro subordinato, nel 2025 oltre 20.000 liberi professionisti hanno dichiarato in media poco più di 18.340 euro lordi l’anno; per oltre 5.265 collaboratori coordinati e continuativi la media scendeva sotto i 10.855 (8). Sono medie che nascondono situazioni molto diverse, ma mostrano quanto siano bassi i redditi di una parte consistente di chi produce informazione.

La debolezza economica pesa anche nei rapporti di forza. Una querela, una richiesta di risarcimento o un esposto disciplinare possono produrre pressione e costi molto prima di qualunque decisione sul merito. Una redazione strutturata può mettere a disposizione tutela legale; un collaboratore può trovarsi a dover affrontare personalmente quel rischio. Una lite temeraria può quindi avere effetti prima ancora di arrivare a sentenza: rendere più costoso occuparsi di un certo soggetto o di una certa storia (9).

La pressione non passa soltanto dalle aule giudiziarie. Nell’ottobre 2025 Gabriele Nunziati, corrispondente dell’Agenzia Nova da Bruxelles, chiese alla portavoce della Commissione europea se, dopo aver sostenuto che la Russia avrebbe dovuto contribuire alla ricostruzione dell’Ucraina, l’Unione ritenesse che Israele dovesse pagare per quella di Gaza. Due settimane dopo l’agenzia interruppe la collaborazione a causa di quella domanda, ritenuta “fuori luogo” (10). Ricordare una posizione precedente, mettere alla prova una contraddizione o uscire dal copione può avere quindi un costo professionale immediato.

La sola vocazione, quando presente, non salda una fattura e non finanzia una difesa legale.

Chi possiede i giornali e perché contano ancora

I giornali vendono sempre meno, ma il numero delle copie misura solo una parte della loro influenza. Tra il 2021 e il 2025 le copie complessivamente vendute dei quotidiani italiani, cartacee e digitali, sono diminuite del 30,6 per cento (11). Le notizie prodotte dalle principali testate, però, circolano ben oltre le loro pagine e restano spesso il punto di partenza della filiera informativa su televisioni, siti e piattaforme. Una dichiarazione pubblicata da un giornale può essere ripresa e commentata in tv, diventare una clip e finire sui social poche ore dopo.

Nel 1972 Maxwell McCombs e Donald Shaw definirono “agenda setting” la capacità dei media di contribuire a stabilire quali questioni vengano percepite come importanti (12). È il potere di incidere sulle priorità dell’agenda pubblica: stabilire in buona parte di che cosa si discute, prima ancora di come se ne discute. Sopravvive alla crisi di mercato dei giornali e aiuta a spiegare perché gruppi industriali la cui attività principale è altrove continuino a investire nell’editoria. I quotidiani restano inoltre una lettura di riferimento per una parte delle classi dirigenti politiche e imprenditoriali.

A Genova questo intreccio è particolarmente chiaro. Dal settembre 2024 Il Secolo XIX appartiene al gruppo MSC, uno dei soggetti economicamente più potenti della città e del suo porto. Nel 2025 la società editrice ha registrato una perdita netta di 6,86 milioni di euro su 16,9 milioni di ricavi (13). Numeri che, almeno nel breve periodo, rendono difficile spiegare l’acquisto con la redditività della testata.

Un noto caso di sovrapposizione tra proprietà editoriale e interessi industriali è quello del gruppo Gedi. Nel 2020 Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, acquisì il controllo di Gedi, e quindi di Repubblica e del torinese La Stampa. Negli anni successivi la produzione automobilistica in Italia di FCA prima e Stellantis poi si ridusse fortemente, fino a toccare nel 2025 il livello più basso dal 1954. Per tutto questo periodo Exor controllò quindi due dei maggiori quotidiani nazionali chiamati a raccontare una trasformazione economica che riguardava direttamente Stellantis, una delle principali partecipazioni della holding. Poi è arrivata l’uscita dall’editoria: Gedi, che comprendeva anche diversi giornali locali, è stata progressivamente dismessa e nella primavera del 2026 Exor ha ceduto le ultime attività editoriali (14).

Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino, insieme ad altre testate minori, appartengono al gruppo Caltagirone, attivo nelle costruzioni, nel cemento, nell’immobiliare e nella finanza. Libero, Il Tempo e Il Giornale fanno capo ad Antonio Angelucci, deputato della Lega e imprenditore nella sanità privata e nell’immobiliare. Il Sole 24 Ore, principale quotidiano economico italiano, appartiene a Confindustria. La famiglia Berlusconi, attraverso Fininvest, mantiene il controllo di Mondadori e MFE-MediaForEurope, l’ex Mediaset. Per la Rai, Parlamento e governo intervengono direttamente nella scelta della maggioranza dei consiglieri di amministrazione e dei vertici aziendali (15).

Perché la proprietà eserciti il proprio peso non è necessario che telefoni ogni mattina al direttore. Sceglie i vertici del giornale e decide quanto investire nella redazione e dove tagliare: chi ci lavora lo sa.

Giornalismo a tesi

Le linee editoriali prendono forma nelle prime pagine, nei titoli e nei format televisivi. Il meccanismo si osserva bene in quella parte dell’informazione concentrata su sicurezza, immigrazione, criminalità e “degrado”, temi che occupano un posto centrale nella propaganda del populismo di destra. Caccia al nero, libro collettivo di giornalisti che si definiscono “ex lavoratori di una televisione populista“, racconta con efficacia questo metodo dall’interno. Bersagli scelti in riunione, artifici di inquadratura e montaggio, musica “tensiva” quando l’immagine da sola non appare abbastanza minacciosa: guai se il cronista mandato a raccontare una situazione di “degrado” dovesse riferire a certi capi, autori o referenti a vario titolo che la realtà non è poi così “fuori controllo” come il titolo del servizio ha già stabilito.

Le vox populi, interviste alla gente per strada, rendono il dispositivo ancora più evidente. Su decine di interviste ne vanno in onda alcune: montate una dopo l’altra, acquistano un’apparenza di rappresentatività che non hanno. Per cambiare ciò che arriverà allo spettatore basta orientare la domanda, selezionare gli intervistati o scegliere le risposte. In alcuni casi, anche gli interlocutori vengono scelti in funzione della tesi. Militanti o simpatizzanti politici possono comparire senza qualifiche, lasciando chi guarda senza gli elementi necessari per sapere chi stia parlando. Accostare sistematicamente questioni distinte come immigrazione, criminalità e sicurezza crea inoltre un’associazione che può produrre o rafforzare, attraverso il montaggio, interpretazioni xenofobe o emergenziali.

La responsabilità di questi servizi raramente appartiene a una sola persona. C’è chi gira le immagini, chi raccoglie le interviste, chi monta, chi sceglie gli ospiti e chi controlla gli ascolti. Politici e opinionisti accettano questa logica perché offre visibilità. Il giornalismo a tesi seleziona immagini, parole e casi già compatibili con una determinata lettura; la politica li restituisce al circuito informativo sotto forma di dichiarazioni e nuove polemiche. Il dispositivo può essere usato per sostenere tesi politiche diverse. Applicato a sicurezza, immigrazione e criminalità, è particolarmente funzionale agli imprenditori politici della paura: soggetti che costruiscono consenso trasformando episodi isolati in segnali di un’emergenza permanente (16). La stessa logica opera sui giornali e sul web, dove possono bastare un titolo, una fotografia o una frase privata del contesto.

La selezione riguarda anche il tempo. Una vicenda può occupare per giorni giornali, televisioni e web e poi sparire quando un nuovo “caso” sposta altrove l’attenzione. Lo stesso accade alle dichiarazioni e alle promesse di politici e amministratori. Le grandi opere pubbliche ne offrono molti esempi: si annuncia un progetto, circolano rendering, cifre e date di inaugurazione; quando i costi lievitano o una scadenza slitta di mesi o anni, il nuovo annuncio viene spesso trattato come una notizia autonoma, senza accostarlo al precedente o ricordare all’interlocutore ciò che aveva detto.

Le piattaforme cambiano le regole

Per lungo tempo direttori, redazioni e agenzie hanno esercitato gran parte della funzione che gli studi sui media chiamano gatekeeping: decidevano quali avvenimenti meritassero spazio e quali sarebbero rimasti fuori. Quel sistema concentrava un enorme potere in poche strutture, ma la catena della responsabilità aveva nomi e ruoli riconoscibili (17).

A quel sistema si è sovrapposta la distribuzione digitale, governata da criteri diversi e opachi. Le piattaforme decidono quali contenuti mostrare, a chi e con quale priorità, e misurano le reazioni che ottengono. La visibilità dipende sempre meno dalle persone o dalle pagine che l’utente ha scelto di seguire e sempre più dagli interessi che gli algoritmi deducono dai suoi comportamenti. Da qui l’espressione interest media, usata per descrivere l’evoluzione di piattaforme nate e presentate come social network. I motori di ricerca controllano a loro volta una parte rilevante dell’accesso ai siti e possono fornire direttamente sintesi e risposte senza che l’utente raggiunga la fonte originaria.

Il passaggio al digitale ha ridotto il peso dei vecchi gatekeeper, ma ha prodotto nuovi intermediari molto più grandi delle imprese editoriali, che dipendono da loro per raggiungere il pubblico e raccogliere pubblicità. Cory Doctorow ha definito “merdificazione” il processo con cui le grandi piattaforme, dopo aver attirato utenti e produttori offrendo condizioni favorevoli, sfruttano la dipendenza creata per modificare quelle condizioni a proprio vantaggio (18). Facebook, per esempio, ha costruito per anni il rapporto con gli editori anche attraverso il traffico inviato ai loro siti, per poi ridurre progressivamente il peso dei collegamenti esterni.

Il rapporto di forza emerge con particolare chiarezza nella pubblicità. Nel 2025, secondo Agcom, le piattaforme hanno raccolto o intermediato l’87,5 per cento dei ricavi della pubblicità online italiana (19). I costi della produzione giornalistica restano agli editori, mentre la raccolta pubblicitaria e il controllo dell’accesso al pubblico si concentrano nelle mani di chi governa la distribuzione.

Il mercato dell’attenzione esisteva ben prima dei social, ma oggi è misurabile articolo per articolo e minuto per minuto. Le redazioni possono sapere in tempo reale quali titoli vengono aperti, quali temi generano commenti, quanto a lungo un video trattiene l’utente e quali formati ottengono maggiore visibilità. Questi dati possono orientare argomenti, titoli, frequenza di pubblicazione, durata e formato. Un contenuto che provoca reazioni, discussioni e condivisioni può quindi ottenere più attenzione di un’informazione che approfondisce un tema e risponde esaurientemente a una domanda.

I sistemi basati su grandi modelli linguistici, come Claude, ChatGPT o Gemini, aggiungono un ulteriore passaggio tra la fonte e chi riceve l’informazione. Un articolo può essere riassunto, riscritto e combinato con altri testi prima di essere restituito come risposta, senza che chi legge apra la pagina da cui proviene. Modelli generativi di altro tipo possono creare o modificare immagini, audio e video. Per chi legge, guarda o ascolta, diventa così più difficile ricostruire da quali fonti provenga un contenuto e quali trasformazioni abbia subito.

Il giornalista diventa il contenuto

Le stesse piattaforme che hanno sottratto agli editori una parte del controllo sulla distribuzione permettono ai singoli autori di raggiungere direttamente un pubblico. Un giornalista può farlo attraverso newsletter, podcast, YouTube, Substack o altri strumenti, senza dover prima trovare un posto in redazione o convincere un direttore che il proprio tema meriti spazio.

Nel Digital News Report 2026 del Reuters Institute, il 46 per cento degli intervistati dichiara di aver ricevuto nell’ultima settimana qualche notizia da creator di qualsiasi tipo, compresi quelli che parlano di attualità soltanto occasionalmente. Solo il 3 per cento ricava da queste figure tutta l’informazione di cui ha bisogno, ma il dato complessivo mostra che i creator sono ormai una componente stabile del panorama mediatico (20).

Per il giornalista questa possibilità coincide spesso con la trasformazione in una piccola impresa individuale. La stessa persona produce informazione, la distribuisce, coltiva il proprio pubblico, controlla le metriche, cerca abbonati e tratta con eventuali sponsor. Autonomia editoriale, reputazione e reddito finiscono così nello stesso circuito. La logica entra anche nelle redazioni, dove firme e volti riconoscibili vengono sempre più spesso considerati patrimoni capaci di portare con sé un seguito.

Sulle piattaforme convivono inoltre giornalisti soggetti a vincoli deontologici, creator che si occupano di attualità senza appartenere alla professione e influencer che alternano informazione, opinione, intrattenimento e promozione. Nello stesso feed possono quindi apparire contenuti molto simili nella forma, ma prodotti secondo regole e responsabilità diverse, una distinzione che per il pubblico non è sempre evidente (21).

La notorietà diventa a sua volta parte del lavoro. Il narcisismo nel giornalismo precede le piattaforme digitali, ma queste hanno reso l’autoesposizione continua e misurabile, legando follower e visualizzazioni a inviti, sponsor e possibilità di guadagno.

La pagina satirica Io, professione mitomane – war edition ha raccolto e parodiato proprio l’autoreferenzialità di giornalisti, scrittori e comunicatori. Alessandro Lolli ha osservato che la fama contemporanea può reggersi anche su comunità relativamente piccole e stabili: per chi vive della propria riconoscibilità non serve diventare celebre per tutti, basta esserlo abbastanza per qualcuno (22).

Quel pubblico può diventare a sua volta un vincolo. Il complottismo porta il meccanismo all’estremo, ma anche fuori da quel campo si può restare prigionieri del personaggio costruito e delle aspettative di chi lo segue. Per chi vive di abbonamenti, visualizzazioni o sponsor, andare contro le aspettative del proprio pubblico può avere un costo.

Guardare fuori dalla finestra

La nostalgia per un’età dell’oro del giornalismo serve poco: non è mai esistita. Anche prima delle piattaforme i giornali hanno taciuto fatti, protetto interessi, inseguito campagne, confuso pubblicità e informazione e pubblicato falsità.

Ottant’anni fa il giornalista Hubert Mewhinney criticava l’abitudine di limitarsi a registrare versioni contrapposte senza verificare quale corrispondesse ai fatti. Quella critica viene oggi spesso condensata in una delle definizioni più efficaci del mestiere: “Se uno dice che fuori piove e un altro dice che fuori c’è il sole, il compito di un giornalista non è citare tutti e due, ma guardare fuori dalla finestra e scoprire cosa è vero” (23).

Oggi quel lavoro si svolge in un sistema segnato da redazioni impoverite, fonti organizzate, piattaforme che controllano una parte crescente della distribuzione e della pubblicità e rapporti sempre più ambigui tra informazione, comunicazione e interessi economici. In queste condizioni, il mestiere conserva la funzione di stabilire che cosa regga alla verifica, distinguere un fatto da una dichiarazione, rimettere un numero nel suo contesto, cercare la fonte che manca, tornare su una storia messa da parte, seguirne gli sviluppi e correggere la propria lettura quando i fatti lo richiedono.

Note

1. Lewis, Williams, Franklin, Thomas, Mosdell, (2008), The Quality and Independence of British Journalism. Cardiff University.

2. Brück, Knorr, Guenther, (2025), Copy, paste, and publish: a systematic review of churnalism as a journalistic practice. Annals of the International Communication Association, 49(4), 2025, pp. 257-270.

3. Frankfurt (2005), On Bullshit. Princeton University Press, Oxford; trad. it. Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, (2005).

4. Bergstrom, West, (2020), Calling Bullshit: The Art of Skepticism in a Data-Driven World. Random House.

5. Facta, “La polizia ha diffuso una foto degli scontri di Torino alterata con l’IA”, 5 febbraio 2026.

6. Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025.

7. INPS, “Lo stato del giornalismo italiano”, report presentato il 18 marzo 2025, Fondazione Murialdi-INPS-Sapienza Università di Roma.

8. INPGI, Bilancio consuntivo 2025, 2026.

9. Per il quadro sulle azioni legali abusive contro la partecipazione pubblica, cfr. Direttiva (UE) 2024/1069 del Parlamento europeo e del Consiglio, 11 aprile 2024; CASE Italia, “Direttiva UE Anti-SLAPP”, 11 maggio 2026.

10. Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, “Un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda: la presa di posizione del CNOG”, 5 novembre 2025.

11. Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Osservatorio sulle comunicazioni n. 1/2026, 14 maggio 2026.

12. McCombs, Shaw, (1972), The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36, 1972, pp. 176-187.

13. Blue Media S.r.l., Bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2025.

14. Exor, “Letter to Shareholders”, 2026; Andrea Tundo, “Stellantis, solo 213mila auto prodotte in Italia nel 2025: -60% in due anni, mai così poche dal 1954”, ilfattoquotidiano.it, 7 gennaio 2026.

15. Il consiglio di amministrazione Rai è composto da due membri eletti dalla Camera, due dal Senato, due designati dal Consiglio dei ministri e uno designato dall’assemblea dei dipendenti.

16. Manconi, Resta, (2017), Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura, Feltrinelli; Wodak, (2015), The Politics of Fear: What Right-Wing Populist Discourses Mean. Sage, Los Angeles, sul ruolo politico della costruzione discorsiva della paura e della minaccia.

17.  Manning White (1950), The Gate Keeper: A Case Study in the Selection of News, Journalism Quarterly, 27(4), 1950, pp. 383-390.

18. Doctorow, “Enshittification is coming for absolutely everything”, Financial Times, 8 febbraio 2024, trad. it. “Fermiamo questa merda”, Internazionale, n. 1552, 1° marzo 2024.

19. Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Relazione annuale 2026.

20. Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report 2026, University of Oxford, 2026.

21. Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, art. 22; Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Delibera 197/25/CONS del 23 luglio 2025, con Linee guida e Codice di condotta rivolti agli influencer.

22. Madonia, “Come i social hanno sdoganato la mitomania”, The Vision, 4 marzo 2024; Lucarelli, “La fine di ‘Io, professione mitomane’: la pagina che stava diventando quello che voleva distruggere”, TPI, 20 febbraio 2021; Lolli, (2025), Storia della fama. Genesi di otto miliardi di celebrità. Effequ, Firenze.

23. La formulazione è attribuita a Hubert Mewhinney da Sam Kinch e Stuart Long, Allan Shivers: The Pied Piper of Texas Politics, Shoal Creek Publishers, 1973, pp. 211-212; cfr. anche la ricostruzione di Quote Investigator, 14 novembre 2023.

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* Pietro Barabino è giornalista e videomaker. Laureato in Comunicazione professionale e multimediale all’Università di Pavia, collabora prevalentemente con Il Fatto Quotidiano, La7 e Tv2000.