Mille modi di incontrarsi al Cdcd (Centro Disturbi Cognitivi e Demenze).

di Sabrina Bertorello *

Se ti dessero la possibilità e il tempo per scrivere un articolo che cosa vorresti raccontare? Questo mi son detta. Una parte di me crede forse di non essere più capace di ragionare in termini psicodinamici, nel mio lavoro ospedaliero sono spesso chiamata ad essere più una testista che una psicoterapeuta.

Mi occupo di valutazioni neuropsicologiche di pazienti affetti da possibili patologie neurodegenerative presso un “Centro disturbi cognitivi e demenze” o forse sarebbe più corretto dire che me ne occupavo prima della mia seconda maternità.

E’ proprio leggendo un libro contenente riflessioni sulla maternità e sul benessere psicologico delle mamme che ho sentito un aspetto di continuità con il lavoro degli operatori sanitari e in generale del lavoro “di cura”. Come si può aver cura di cura?

Prima che io mi assentassi dal lavoro non si respirava proprio un’aria bellissima in ospedale. Da più di dieci anni lavoro in varie forme presso la stessa Azienda Sanitaria, ma mai come allora mi era arrivata la percezione che qualcosa stesse cambiando: i protocolli di valutazione dei pazienti erano stati modificati nell’intento di uniformare le valutazioni a livello regionale, mi era stato chiesto per la prima volta di rendicontare il numero di prestazioni erogate, quanti pazienti ho trattato, quanti colloqui. Ho partecipato a riunioni in cui venivamo informati dell’intenzione di non rinnovare i contratti dei colleghi con contratti a tempo determinato o le borse di studio etc…

Mi sono onestamente chiesta a cosa servisse tutto questo…Quali potessero essere le ricadute in termini qualitativi sul benessere dei pazienti ma anche degli operatori stessi, pensando che esista una continuità tra questi aspetti.

Questa grande attenzione al “fare” non deve oscurare la capacità di “stare” all’ “essere”, una dimensione appunto che ha a che fare con la capacità di sentire e accogliere i pensieri e le emozioni proprie e del paziente così come sono.

Il nostro valore non dipende dalla produttività. Se si conclude anche solo metà della batteria testistica va bene lo stesso, va bene rendicontare una prestazione in meno e concentrarsi di più sul benessere emotivo del paziente.  E’ estremamente probabile che solo dopo che una persona si senta accolta riesca poi a dedicarsi al compito della valutazione.

Gli “alti” aspetti organizzativi hanno sicuramente delle ricadute sul benessere degli operatori e lavorare in contesti di neuro degenerazione non è comunque una passeggiata.

Puoi avere una sonda neuropsicologica potente (ovvero una batteria testistica approfondita e corposa), puoi far parte di un’ottima equipe multidisciplinare con numerosi professionisti tutti altamente competenti, puoi aver a disposizione una buona rete sul territorio che accoglie i bisogni dei pazienti e dei loro familiari, puoi avvalerti di collaborazioni con grandi centri per effettuare esami strumentali molto approfonditi e arrivare a diagnosi che seppur di probabilità appaiono molto accurate, ma per quanto tu offra al paziente un servizio di qualità, lui in quanto tale, peggiora.

Lavorare in contesti di neuro degenerazione non è diverso in termini di prospettive dal lavoro con i pazienti affetti da patologie oncologiche gravi.

Mi è capitato di incontrare pazienti giovani che giungevano in valutazione già cognitivamente compromessi.

Ho valutato conoscenti che al momento della visita alla domanda “Secondo lei non ci siamo già visti?” rispondevano di no.

Mi è capitato di assistere a corsi di formazione per familiari in cui i fisioterapisti istruivano alla mobilizzazione passiva caregiver di persone poco più che cinquantenni.  A volte rincontro i pazienti in RSA dopo alcuni anni, a volte neanche troppi, allettati.

Più il percorso lavorativo si fa lungo più si creano incontri e legami significativi con pazienti e caregiver.

Il lavoro con la neuro degenerazione impone una fatica emotiva e psicologica che è resa tollerabile per quanto mi riguarda dalla possibilità di relazionarsi con colleghi competenti e presenti, seppur trovandosi in un contesto molto complesso e delicato si possono coltivare scambi umani caratterizzati dalla voglia di comprendere e crescere.

Anche la formazione a 360° relativa sia ad aspetti legati alle neuroscienze che ad aspetti psicodinamici porta nuova linfa ed entusiasmo.

Ho iniziato a scrivere questo articolo prima di rientrare in servizio a termine della maternità e arrivo a concluderlo a rientro avvenuto, sento che un elemento di continuità tra il prima e il dopo esiste, e rappresenta per me la più potente arma che un clinico possa avere: “la curiosità”.

Nel tornare a vestire i panni della neuropsicologa seppur con una maggior lentezza rispetto a prima, quello che mi muove è sempre il desiderio di capire. Se un paziente dimentica mi è caro capire come lo fa, se mostra un totale oblio della traccia o se il suo ricordo beneficia di aiuti, se è più distratto che smemorato. Mi è caro capire il profilo di neurodegenerazione che descrive, come sta la sua corteccia prefrontale, se è più disinibito o irritabile, se mostra caratteristiche riconducibili a varianti dette “posteriori” che alterano anche gli aspetti visuospaziali, se l’eloquio si frammenta, se mancano le parole, se sono presenti forme presenili di afasia, ed infine e soprattutto mi è caro capire in mezzo a tutto questo lui e la sua famiglia come stanno.

Anche qui la curiosità è preziosa, ma è lo di più per me il potersi avvalere di una capacità di ascolto e di riflessione non meramente cognitivo/comportamentale ma più francamente psicodinamica che mi permette di appassionarmi a racconti delle persone durante i colloqui o le valutazioni, di aprire lo sguardo e di creare di legami con i miei interlocutori.

Recentemente mi è capitato che un paziente durante la valutazione portasse il tema dello stupro con riferimento alla guerra e a fatti di cronaca attuale. Questo tema è stato per me un alert, mi sono chiesta come potesse sentirsi spogliato e violentato dalla valutazione testistica vissuta decisamente come intrusiva e violenta.

Nei colloqui con i familiari dei parenti a volte un approccio più psicoanalitico mi consente di andare oltre il contenuto manifesto di ciò che viene narrato. Recentemente mi sono capitati due colloqui che mi hanno incuriosito.

Il primo è avvenuto  con una familiare che continuava a insultare il marito durante il nostro colloqui. Solo dopo una buona mezz’ora in cui la signora raccontava di un’infanzia difficile segnata da una patologia che le ha richiesto già in tenera età frequenti ospedalizzazioni e allontanamenti dai propri cari con elevati vissuti di angoscia, ho avuto la percezione di intravedere forse qualcosa. Lo stesso atteggiamento denigratorio e offensivo verbalmente rivolto al marito era presente anche verso il proprio amato cane che veniva chiamato “ bastardo” solo per il fatto di aver bisogno di dormire nel letto vicino a lei e dalla volontà di quest’ultimo di non lasciarla sola quasi mai.  Mi sono chiesta se tutto ciò che minasse la corazza difensiva costruita in tenera età fosse degno di appellativi negativi. I maggiori insulti rivolti al marito erano poi legati ad un episodio in cui lui era rimasto coinvolto in un incidente domestico che aveva messo a repentaglio la propria vita. Forse quindi quegl’insulti servivano a coprire una fragilità della moglie, che sembrava essere non solo spaventata dai legami e dall’affettività ma anche terrorizzata all’idea di poter perdere il proprio coniuge.

Pochi giorni fa invece ho effettuato una visita con un paziente che è giunto in ospedale con la moglie. Individuata la stanza dove sarebbe avvenuta la valutazione la signora se ne è andata lasciando detto che sarebbe tornata poi a riprenderlo. Il paziente appariva molto curato, pantaloni eleganti perfettamente stirati con cintura in coordinato, maglione aderente, barba perfettamente fatta, capelli pettinati, scarpe eleganti etc. Tutto questo per me non era affatto scontato. Durante l’evoluzione della malattia spesso i familiari rinunciano a standard così elevati, magari si preferisce una tuta comoda, una scarpa che non faccia cadere, la doccia spesso diventa una battaglia e il convincerli a fare la barba un’utopia. Così sin da subito il signore mostrava qualcosa di un po’ singolare per me. Mi sono detta “Quanta cura”… Al termine della valutazione che descriveva un quadro con una compromissione abbastanza significativa ho poi effettuato il colloquio di riconsegna con la moglie del paziente che nel frattempo era arrivata. Nel suo racconto emergeva un grande sforzo, un grosso investimento in termini di energie (fisioterapia, visite, esami medici) e una grande sollecitudine nella gestione del marito. La signora riferiva a termine del nostro colloquio di essere soddisfatta poiché era riuscita a far tinteggiare al marito le pareti di tutta la casa e sembrava mal tollerasse il fatto che il marito dicesse di sentirsi stanco al termine del lavoro. Il signore in questione oltre che un marcato declino cognitivo aveva deficit motori importanti legati al Parkinson. Nel colloquio la moglie racconterà poco dopo di essere reduce da un lungo accudimento di entrambi i genitori malati, sette anni appena conclusi in primavera. Ecco allora che in me si apre una differente lettura che vede questa grande cura e sollecitudine come più funzionali ad una negazione della malattia perché troppo dolorosa per essere vissuta in questo momento. Nella stessa frase la signora mi dice di avere compiuto poco più di sessant’anni e di lavorare ancora… Che a me risuonano come “è troppo presto non sono pronta ad affrontare tutto questo con mio marito”.

Esiste una grande varietà di letture possibili di quanto ci viene offerto nei colloqui clinici, tutte potenzialmente utili. Nella mia esperienza però è prezioso provare ad accogliere i vissuti e le emozioni di chi ho davanti e cercare di andare oltre il contenuto razionale che portano. Lo trovo più interessante che compilare test per monitore il burden (fardello) del caregiver o scale per valutare la depressione. In questo credo abbia influito la mia formazione in chiave psicoanalitica abituandomi ad ascoltare attivamente le persone con un atteggiamento di autentica curiosità verso ciò che esse portano, credo inoltre che questo modo di essere mi porti ad interrogarmi su ciò che sento anche quando sono con il paziente e ad osservare anche questo con interesse.

Forse è proprio questa capacità che consente di operare in contesti clinici anche complessi.

* Sabrina Bertorello è psicologa e psicoterapeuta