di Davide Lacqua *
Il termine “infodemia”
“Infodemia”. La parola nasce nel 2003, in un articolo di giornale sulla diffusione incontrollata di notizie durante l’epidemia di SARS, e si impone nel 2020 con la pandemia di COVID-19. Da allora indica una condizione che riconosciamo tutti: un bombardamento di informazioni che arrivano troppo in fretta e sono spesso contraddittorie fra loro, nonché impossibili da verificare una per una. Vale la pena fermarsi un momento su quel nome, perché non è neutro. La parola è costruita sull’idea che il fenomeno sia analogo a quello di un’epidemia, e porta con sé tutto ciò che quella metafora implica: qualcosa che si propaga, un contagio, un organismo che dovrebbe resistergli e che a un certo punto cede. Chi ha coniato il termine, peraltro, non lo intendeva come una figura retorica: sosteneva che le infodemie si comportassero come vere malattie, con una loro epidemiologia e persino una cura. Da quella metafora discende, senza che nessuno abbia bisogno di argomentarlo, tutto un repertorio di rimedi. Ridurre l’esposizione, verificare le fonti, ripristinare l’accuratezza. Se il problema è un eccesso che ci travolge, la soluzione è contenere la dose e migliorare la qualità di ciò che arriva: una forma di igiene, applicata all’informazione.
C’è un presupposto, in questa cornice, che vorrei mettere in discussione. Il modello epidemiologico dà per scontato che l’informazione circolante sia materiale già elaborato e direttamente comprensibile, in attesa di essere assorbito, e che gli individui esposti dispongano normalmente degli strumenti di pensiero necessari ad assimilarlo. Il disturbo consisterebbe allora in un superamento di soglia: troppa roba, troppo in fretta.
Propongo di guardarlo da un altro lato. Gran parte di ciò che circola non è prodotto per essere compreso, ed è ricevuto con modalità che non favoriscono la costruzione di un pensiero. Un commento scritto d’impulso dopo una notizia che ha fatto arrabbiare non serve a comunicare qualcosa a qualcuno: serve a liberarsi di uno stato mentale sgradito. Chi lo scrive non sta cercando di essere capito, sta cercando di non sentire più quello che sente. E chi lo legge, il più delle volte, non lo interpreta: lo prende come un fatto, lo approva o lo rifiuta, e passa oltre. Se le cose stanno così, il problema si sposta. Non è la quantità a fare danno. È la mancanza di qualcosa che aiuti a digerire quei contenuti. La metafora della digestione non è un modo di dire: è il punto da cui comincia il discorso e indica un processo di trasformazione di quel materiale, una forma di elaborazione che permette a quel materiale di diventare parte dell’organismo e di contribuire alle sue funzioni.
Funzione alfa e funzione gamma
Capita a tutti di svegliarsi nel cuore della notte con addosso un’inquietudine che non si riesce a nominare. Non è un pensiero su qualcosa: è una pressione senza oggetto, che preme e non si lascia afferrare. Al mattino, a volte, quella stessa inquietudine trova un nome, ad esempio una preoccupazione per il lavoro o una discussione rimasta in sospeso, e nel momento in cui lo trova diventa qualcosa con cui si può fare i conti. Non è sparita: è diventata pensabile. Fra i due momenti è accaduto qualcosa, ed è quel qualcosa che la psicoanalisi ha descritto ricorrendo alla metafora della digestione. Bion (1962) chiama elementi beta i frammenti percettivi dell’esperienza e sostiene che questi esercitano una pressione sulla psiche dell’individuo: si tratta di materiale che non è ancora disponibile al pensiero. Non si possono ricordare, non si possono sognare, non si legano ad altri elementi. La funzione alfa è il processo che li trasforma, rendendoli disponibili al pensiero, alla memoria, al sogno: la “digestione” permette alla psiche di utilizzarli esattamente come il corpo farebbe con i nutrienti. Ciò che rimane indigesto non è però in attesa di assimilazione: resta materiale che si può soltanto espellere. E non si tratta di materiale neutro. Ciò che viene espulso è l’angoscia che l’esperienza produce e che il soggetto, da solo, non riesce a rendere sopportabile, la stessa che Bion chiama terrore senza nome.
Questo lavoro non nasce nell’individuo. Un bambino che cade e si spaventa, prima di piangere, guarda la faccia di chi lo accudisce: da quella espressione facciale capisce se ciò che è appena successo è grave o no. Non riceve un’informazione sulla caduta, bensì l’esperienza già interpretata e restituita in una forma che può reggere. Bion chiama reverie questa capacità di accogliere ciò che il bambino non può ancora contenere, trasformarlo e renderlo pensabile. Quando manca, quando la madre guarda il bambino con sguardo assente, ciò che torna indietro non è una paura resa tollerabile, ma la stessa paura privata di significato. Nel contatto con quello sguardo vacuo il bambino è solo di fronte all’incomprensibilità di ciò che sperimenta. Così, per esempio, la paura di rimanere da solo non diventa un pensiero che può essere pensato, ma uno stato di malessere incomprensibile e irrimediabile a cui può porre momentaneo rimedio solo espellendo quella sensazione.
Il punto che interessa qui non è l’infanzia. È che la capacità di pensare l’esperienza si costruisce perché qualcun altro l’ha pensata per noi prima che potessimo farlo da soli, e che questo non smette di valere una volta cresciuti. Ognuno ha una soglia oltre la quale non riesce a digerire per conto proprio ciò che gli accade: è l’esperienza ordinaria, e del tutto sana, per cui dopo un fatto che ci scuote sentiamo di doverne parlare con qualcuno. Non per ricevere consigli, quanto piuttosto per affidarlo a qualcuno pronto a riceverlo. La trasformazione richiede sempre un altrove rispetto alla mente che subisce l’esperienza.
Dove sia collocato quell’altrove cambia. Il caso più evidente, e che nessuno considererebbe tecnico, è il lutto. Quando muore una persona, chi resta non elabora quella morte da solo. C’è un luogo in cui ci si raccoglie, ci sono i giorni in cui la gente passa a salutare, si raccontano storie sul defunto, si ripete la stessa cosa a persone diverse e ogni volta viene fuori un po’ diversa. Nel giro di settimane un fatto insopportabile diventa qualcosa di cui si può parlare. Nessuno ha fatto questo lavoro da solo, e nessuno lo ha fatto al posto degli altri: è avvenuto tra le persone, in uno spazio che lo ha reso possibile. Questa osservazione è preziosa perché mostra già, in forma concreta, cosa serve perché una trasformazione del genere abbia luogo. C’è uno spazio delimitato in cui restare. C’è un tempo che dura, e che non è quello di un istante. C’è una reciprocità reale: chi ascolta risponde, e la risposta modifica ciò che era stato detto. Ci sono facce riconoscibili, persone che c’erano ieri e ci saranno domani. E c’è una sospensione di ogni altra attività: nei giorni del lutto non si fa altro, e quel vuoto non è tempo perso ma la condizione perché qualcosa possa essere pensato. Qualcosa di simile è stato studiato anche nei gruppi. Corrao (1981) osserva che un gruppo può fare, per chi ne fa parte, un lavoro analogo a quello che la madre fa per il bambino: raccogliere ciò che i singoli non riescono a digerire da soli e restituirlo in una forma pensabile. La chiama funzione gamma.
L’infosfera
Con l’infosfera indico lo spazio in cui oggi circolano gran parte delle informazioni che ci raggiungono: le piattaforme sociali, i siti di notizie, i gruppi di messaggistica, i flussi che scorriamo sullo schermo del telefono più volte al giorno. Non è un luogo come un altro. È un ambiente costruito secondo criteri precisi, e la domanda che questo contributo pone è se in un ambiente così costruito possa accadere qualcosa di simile a ciò che accade nei giorni di lutto. Conviene quindi rileggere una per una quelle condizioni che nel lutto si danno quasi senza che ce ne accorgiamo.
Nel lutto c’è uno spazio delimitato. Una casa, una chiesa, un cimitero: luoghi con una soglia, in cui si entra e da cui si esce, e dentro i quali ciò che viene detto rimane. L’infosfera non ha soglie. Il flusso non comincia e non finisce, lo scorrimento è progettato perché non si arrivi mai in fondo, e non esiste un dentro in cui qualcosa possa restare.
C’è un tempo che dura. I giorni del lutto sono giorni, non istanti: la stessa cosa viene ripresa, raccontata di nuovo, rivista. Nel flusso ogni contenuto è sostituito dal successivo prima di poter essere ripreso. Ciò che occupa l’attenzione ora sarà scomparso tra un’ora, e non perché sia stato risolto: perché è stato spinto più in basso.
C’è reciprocità. Chi ascolta risponde, e la risposta cambia ciò che era stato detto: si ricorda un dettaglio che l’altro aveva dimenticato, si dà un nome diverso a ciò che era stato raccontato in un certo modo. Nell’infosfera l’interazione è abbondantissima, ma non produce questo effetto. Un segno di gradimento ha la forma di una risposta senza averne la funzione: chi lo lascia non ha pensato nulla nel lasciarlo, chi lo riceve non ripensa a ciò che aveva scritto. È uno scambio che non modifica nessuno dei due.
Ci sono facce riconoscibili. Persone che c’erano ieri e ci saranno domani, e la cui parola di oggi è riconducibile a quella di ieri. Nell’infosfera le pagine si aprono e si chiudono, nomi e immagini cambiano nel giro di pochi giorni. Ma il punto non è l’anonimato: anche quando l’autore è perfettamente identificabile, ciò che afferma oggi non è riconducibile a ciò che affermava un mese fa, perché nulla si sedimenta e nessuno va a verificare. Non manca il volto. Manca la continuità.
C’è una sospensione dell’azione. Nei giorni del lutto non si fa altro, e quel vuoto apparente è la condizione perché qualcosa possa essere pensato. L’infosfera fa l’opposto: la notizia è costruita per imporre una reazione immediata, il più delle volte dicotomica: favorevole o contrario. Lo spazio disponibile per rispondere invita alla rapidità e non all’articolazione. Il tempo che si ha non è tempo per pensare, è tempo per reagire.
Si potrebbe obiettare che queste condizioni mancano in moltissimi contesti ordinari, e che nessuno di essi produce gli effetti di cui parlerò. In un’aula scolastica la reciprocità è scarsa, in una riunione di lavoro la sospensione dell’azione è quasi nulla, in una fila alla posta non c’è alcun legame. È vero. Ma in tutti questi contesti le condizioni sono deboli, non rovesciate. L’infosfera è un caso diverso, e la differenza non è di grado. Lo scorrimento senza fine non è una mancanza di confini: è una scelta di progetto. La sostituzione continua dei contenuti non è una carenza di tempo: è il meccanismo su cui il dispositivo funziona. La richiesta di reazione immediata non è un effetto collaterale del mezzo: è ciò per cui il mezzo è stato costruito. Queste condizioni non sono assenti per caso, sono prodotte al negativo. Ne segue una conclusione che rovescia il modo abituale di porre il problema. L’infodemia non rovina i luoghi in cui l’esperienza veniva elaborata: produce un ambiente in cui luoghi del genere non riescono a formarsi. Non è una stanza in cui si è smesso di parlare. È una stanza in cui non ci si è mai seduti.
Per nominare con precisione la configurazione che ne risulta è utile una formulazione dello psicoanalista Earl Hopper (2009), che ha studiato ciò che accade a un insieme di persone quando l’angoscia diventa ingestibile. Hopper lo chiama incoesione, e descrive due stati, fra cui l’insieme oscilla. Il primo è l’aggregazione: le persone restano vicine ma separate, come granelli di sabbia nello stesso recipiente. Ciascuno è distinto dagli altri, ma non c’è nessuno che registri quella distinzione. Il secondo è la massificazione: le persone si fondono in un insieme indifferenziato, in cui tutti dicono la stessa cosa nello stesso momento e nessuno è più qualcuno in particolare. Né l’uno né l’altro stato regge il pensiero. Nel primo manca il legame, nel secondo manca la differenza e senza differenza non c’è nulla da collegare. Il ciclo di una notizia virale mostra bene l’oscillazione tra questi due stati. La notizia arriva decontestualizzata e contraddittoria, a milioni di persone che la ricevono ciascuna da sola, davanti a uno schermo, collegate dalla piattaforma e di fatto isolate. Poi, nel giro di poche ore, il consenso si coagula attorno a posizioni che si prestano alla scarica: favorevole o contrario, buono o cattivo, giusto o sbagliato. Tutti dicono quasi le stesse parole. Nel giro di due o tre giorni la cosa si esaurisce e si torna alla dispersione di prima. Nessuno ha pensato nulla, ma per un momento sono stati tutti insieme.
Gli esiti
Se uno spazio così configurato non trasforma, resta da chiedersi cosa accada a chi lo abita. Conviene chiarire subito un equivoco possibile. Il problema non è che l’infosfera produca angoscia. L’angoscia c’è comunque: fa parte dell’esistenza, e ha mille ragioni di esserci che non dipendono da ciò che scorre su uno schermo. Il punto è un altro.
Finché esistono luoghi in cui l’esperienza può essere ripresa, raccontata, modificata da chi ascolta, quell’angoscia trova una forma. Dove quei luoghi non si costituiscono, resta materiale che esercita una pressione senza poter trovare forma in un pensiero e che, appunto non potendo essere pensato, deve essere scaricato da qualche parte. Ne segue che la questione non sia chi sia più angosciato, ma che strada prenda ciò che non viene elaborato. E le strade sono diverse. C’è chi si ritira: smette di guardare, disinveste, riduce il contatto. C’è chi diventa cinico, e risolve il problema di non poter distinguere il vero dal falso decidendo che tutto è falso e che mentono tutti. C’è chi scarica nel corpo ciò che non trova parola: l’insonnia, il mal di stomaco, la stanchezza che nessun esame medico spiega. C’è chi si affida interamente a una fonte autorevole e rinuncia a pensare in proprio, soluzione socialmente più presentabile delle altre, ma non per questo diversa nella sostanza. E c’è chi sviluppa un pensiero di tipo paranoide: chi arriva a spiegare quello che accade come atto intenzionale di qualcuno che agisce nell’ombra. Sono esiti diversi di una stessa impossibilità, e vale la pena dirlo esplicitamente perché l’obiezione più ovvia a un discorso come questo è che la maggior parte delle persone, dopotutto, non diventa complottista. È esattamente così. Il pensiero paranoide non è la conseguenza necessaria di ciò che ho descritto: è una delle forme che quel materiale può prendere. È però la forma di cui mi occuperò, per una ragione che cercherò di mostrare: tra tutte, è l’unica che non si limita a difendere da qualcosa, ma restituisce qualcosa in cambio.
Vale la pena dire perché, fra tutti, la paranoia occupi una posizione particolare. Con “pensiero paranoide” non intendo una diagnosi, ma un modo di organizzare l’esperienza in cui ciò che accade non accade per caso: dietro i fatti c’è un’intenzione, e quell’intenzione è rivolta contro di me. È un modo che la psicoanalisi ha smesso di presto di considerare un semplice errore da correggere. Freud (1924), studiando i deliri, osserva che ciò che scambiamo per la malattia è in realtà il tentativo di cura: prima il mondo si svuota di significato, e solo dopo il delirio ricostruisce un mondo abitabile sulle rovine del primo, applicando così una toppa là dove si era prodotto uno strappo nel rapporto tra l’io e il mondo. A questo si aggiunge un’osservazione di Winnicott (1974): la catastrofe che il pensiero paranoide colloca nel futuro è in realtà già avvenuto, e temerla davanti a sé permette di non riconoscerla come accaduta.
Fra gli esiti elencati, la paranoia è l’unico che non si limita a difendere. Gli altri sono modi di sottrarsi: il ritiro allontana, il cinismo svaluta, la somatizzazione scarica nel corpo, l’affidamento a una fonte autorevole adotta spiegazioni già pronte. Il pensiero paranoide restituisce invece ciò che l’aggregato aveva tolto: un oggetto a cui indirizzare l’angoscia, una causalità che ne renda conto, un’appartenenza, e con essi una posizione da cui poter dire che, mentre gli altri dormono, io “so”. Non è una buona soluzione: contiene senza trasformare, attribuisce significato unicamente in funzione dell’esistenza di un nemico e, per restare coerente, deve allargarsi indefinitamente, lasciando sempre meno spazio a qualsiasi altro pensiero. Ma funziona dove le altre non funzionano, e questo basta a spiegarne la diffusione.
Perché alcuni e non altri
Se ciò che ho descritto riguarda uno spazio di cui facciamo tutti parte, resta da spiegare perché soltanto alcuni arrivino a pensare in modo paranoide, mentre la maggior parte delle persone, esposta agli stessi flussi, prende altre strade o nessuna. La risposta più immediata sarebbe che certe persone siano più fragili. È una risposta che non mi convince, e non per generosità: se la trasformazione dipende dalle condizioni di un ambiente, quelle condizioni possono venir meno, lasciando perfettamente integre le menti delle persone. Non serve immaginare soggetti predisposti per spiegare un fenomeno diffuso. Conviene piuttosto guardare a cosa ciascuno ha ancora a disposizione.
Primo: non basta avere dei legami. Quando un grande spazio non offre sostegno alla “digestione”, restano quelli più piccoli. Una famiglia, un gruppo di amici, dei colleghi con cui si pranza, una comunità di quartiere. Sono luoghi in cui le condizioni di cui ho parlato – uno spazio, un tempo che dura, qualcuno che risponde, visi che ci saranno anche domani – possono essere presenti. Possono, non devono. Si può immaginare una famiglia riunita nello stesso soggiorno, ciascuno con il proprio telefono in mano, ciascuno nel proprio flusso. Qualcuno alza lo sguardo e commenta una notizia; qualcun altro risponde con un monosillabo senza smettere di scorrere. Quella stanza contiene quattro persone, ma non aiuta la “digestione”: come nel caso di coloro che ricevono le informazioni davanti a uno schermo sono compresenti, ma soli. La condizione formale c’è, la funzione no. Da qui un’osservazione che va contro l’immagine corrente del complottista solitario: chi sviluppa un pensiero di questo tipo non è quasi mai isolato in senso letterale. Ha famiglia, colleghi, conoscenti, spesso moltissimi contatti. È circondato da legami che non supportano l’elaborazione.
Secondo: i contenitori che ci sono stati. Ci sono persone che tollerano di non sapere. Davanti a un fatto che non si spiega riescono a restare nel dubbio, ad aspettare, a convivere con una domanda aperta senza doverla chiudere subito. Altre no: l’incertezza è insopportabile, e qualunque spiegazione è preferibile a nessuna spiegazione. Lo stesso vale per l’ambivalenza. Riuscire a pensare che la stessa persona o la stessa istituzione possa essere al tempo stesso affidabile su una cosa e inaffidabile su un’altra è una capacità, non un dato naturale. Chi non la possiede ha bisogno di separare: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Si potrebbe pensare che qui si torni alle differenze individuali, ma è un ritorno solo apparente. Nessuno sviluppa da solo la capacità di tollerare l’incertezza: la si acquisisce perché qualcuno l’ha digerita al posto nostro, perché davanti a qualcosa di spaventoso c’era una faccia che non si allarmava. Non sono doti costituzionali: sono il deposito di esperienze di contenimento vissute. La variabilità dipende, dunque, dalla disponibilità di quelle esperienze di contenimento due volte: quelle che si sono già verificate e quelle che sono possibili nel presente grazie agli spazi a disposizione del soggetto.
Terzo: un posto vuoto. Una teoria del complotto non si subisce: si incontra. E la si incontra quando c’è un posto libero in cui possa entrare. Quel posto lo apre, di solito, una rottura. Un licenziamento che non si spiega, una malattia arrivata senza ragione, una separazione, un fallimento che non trova una causa proporzionata. Qualcosa è accaduto e non torna: il conto non si chiude, e resta una domanda che chiede una risposta. Rotture del genere sono sempre esistite, e non c’è ragione di pensare che oggi siano più frequenti di un secolo fa. Ciò che è cambiato è cosa accade dopo. La rottura apre la domanda; è il venir meno dei luoghi in cui quella domanda poteva essere ricevuta a spiegare perché non trovi altra risposta che quella disponibile.
Quarto: una strada che si chiude alle spalle. Il pensiero paranoide ha una proprietà che gli altri esiti non hanno: produce il proprio isolamento. Chi comincia a dividere il mondo tra chi sa e chi dorme, poco alla volta, smette di parlare con chi dorme. Le conversazioni diventano discussioni, le discussioni diventano rotture, e i pochi legami che ancora elaboravano qualcosa si consumano uno dopo l’altro. Restano i luoghi in cui si parla con chi è d’accordo, cioè spazi che confermano e non trasformano. Questo cambia il modo di porre la domanda iniziale. La variabilità non è una fotografia ma una traiettoria: due persone possono partire da condizioni quasi identiche e finire molto lontane, perché una differenza minima all’inizio si amplifica da sé. Non c’è nessun momento in cui qualcuno ha scelto; c’è un processo che a un certo punto ha cominciato ad alimentarsi.
Va considerato a parte un elemento che non riguarda chi sia più esposto, ma perché per qualcuno questa soluzione risulti attraente. Essere tra i pochi che hanno capito non è soltanto un riparo: è una promozione. In un mondo in cui si conta poco, il pensiero paranoide restituisce una posizione di vantaggio: io vedo ciò che gli altri non vedono. È l’unico degli esiti che non si limita a proteggere da qualcosa: dà qualcosa in cambio. Questo ha conseguenze pratiche di cui dirò fra poco, perché un’interpretazione che attacchi il contenuto minaccia anche ciò che la persona vi ha investito di sé.
Implicazioni cliniche e circolarità
Capita, in terapia, di trovarsi davanti a un paziente che porta materiale di questo tipo. Non è il paziente delirante dei manuali: è una persona che funziona, lavora, ha relazioni, e che a un certo punto spiega che la malattia di suo padre dipende da qualcosa che è stato taciuto, o che il suo licenziamento rientra in un disegno più ampio. E chiede, implicitamente, cosa ne pensi chi ha davanti. La tentazione è duplice e ugualmente inutile. Si può correggere, far notare che le cose non stanno così, portare dati, mostrare le incongruenze. Si può evitare, cambiare discorso, trattare il contenuto come sintomo da non toccare. La prima strada attacca la difesa senza offrire nulla al posto di ciò che essa difende; la seconda lascia il paziente solo esattamente con ciò che non riesce a pensare. C’è una ragione in più per cui la correzione frontale non funziona, ed è quella di cui dicevo. In quella costruzione il paziente non ha investito solo una spiegazione, ha investito una posizione: essere qualcuno che ha capito. Smontare il contenuto significa, dal suo punto di vista, restituirlo alla condizione di chi non conta nulla. È prevedibile che si difenda. Se la costruzione paranoide è un tentativo di dare senso, allora il lavoro non va fatto sul contenuto ma sulla funzione. E qui c’è qualcosa che vale la pena dire, perché riguarda ciò di cui ho parlato fin qui. Lo studio di un terapeuta è uno dei pochi luoghi rimasti in cui quelle condizioni sono tutte date insieme: uno spazio delimitato, un tempo che dura e si ripete, qualcuno che risponde e la cui risposta modifica ciò che è stato detto, una faccia che ci sarà anche la settimana prossima, e la regola non scritta per cui lì dentro non si agisce, si parla.
Il terapeuta non impone quelle condizioni dall’esterno, come un regolamento: le sostiene abitando quello spazio. È lui a esserci ogni settimana, a non agire, a ricordare ciò che è stato detto tre mesi prima e a riprenderlo. Ed è in quello spazio, non nel contenuto delle interpretazioni, che il materiale può ricominciare a essere trasformato. Questo risponde anche al problema della “posizione”. In una relazione in cui qualcuno riconosce la differenza di chi parla e quel riconoscimento dura nel tempo, il paziente può ritrovare un posto da cui dire “io” che non richiede di dividere il mondo in svegli e dormienti. Può, a quel punto, permettersi di non sapere, che è una cosa che si riesce a fare solo in compagnia.
Vorrei chiudere su ciò che mi sembra il rischio maggiore, e che non riguarda la clinica. La capacità di pensare l’esperienza non nasce dentro di noi: si costruisce perché qualcuno l’ha esercitata per noi prima che potessimo farlo da soli. Questo significa che un ambiente che non trasforma non produce soltanto disagio in chi lo abita. Non forma le persone capaci, a loro volta, di trasformare. La perdita non è di questa generazione: è di quella che sta imparando a pensare adesso, e che ha sempre meno occasioni di vedere qualcuno farlo. C’è un filo che lega l’igiene informativa, con i suoi inviti a verificare le fonti e ridurre l’esposizione, e la correzione del complottista a colpi di argomenti. In entrambi i casi si prende per il problema ciò che ne è l’effetto, e si cerca di aggiustare un contenuto quando ciò che manca è un luogo in cui quel contenuto possa essere pensato.
Note
- Utilizzare la formulazione di Hopper mi porta a considerare il contesto clinico da cui deriva: l’autore costruisce la teorizzazione basandosi sull’osservazione di gruppi di persone traumatizzate. Nel considerare la sua posizione, assumo la fenomenologia dell’incoesione senza adottarne anche il modello eziologico. Mentre in Hopper la condizione è reattiva al trauma, nell’infosfera è costitutiva del dispositivo stesso.
BIBLIOGRAFIA
Bion, W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza, FrancoAngeli.
Corrao, F. (1981), Struttura poliadica e funzione gamma, Gruppo e Funzione Analitica, II, 2; ristampa in Orme, vol. II, Raffaello Cortina, Milano 1998.
Freud, S. (1924), Nevrosi e psicosi e La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, in Opere, vol. 10.
Hopper, E. (2009), The Theory of the Basic Assumption of Incohesion, British Journal of Psychotherapy, 25(2).
Rothkopf, D. J. (2003), When the Buzz Bites Back, The Washington Post, 11 maggio
Winnicott, D. W. (1974), Fear of Breakdown — trad. it. La paura del crollo, in Continuità dell’essere, crollo e oltre il crollo, FrancoAngeli.
*Davide Lacqua è psicologo e specializzando in psicoterapia psicoanalitica presso Il Ruolo Terapeutico di Genova