L’informazione sanitaria nell’epoca del medico 3.0 e 4.0.

Dal Sacco - copertina L’informazione sanitaria nell’epoca del medico 3.0 e 4.0.

di Diego Dal Sacco *

L’informazione sanitaria è quell’insieme di notizie, dati ed approfondimenti riguardanti la salute che ha lo scopo di aiutare i cittadini ad orientarsi meglio sul proprio benessere. Nel corso della pandemia da Covid-19 e ancor prima, durante le epidemie di Zika, Ebola, poliomielite, morbillo e febbre gialla, abbiamo assistito alla diffusione di un’eccessiva quantità di informazioni, a volte veritiere ed evidence-based, altre volte infondate ed estrapolate al di fuori da contesti scientifici. Briand, Hess, Nguyen et al. (2023) riportano che mentre in alcuni casi si è trattato di un fenomeno utile per la collettività, in altre situazioni come nell’epidemia di febbre gialla in Angola del 2016 in cui si diffuse la voce che, in seguito alla vaccinazione, le persone non avrebbero potuto bere alcolici o avrebbero potuto soffrire di infertilità, si è trattato di un fenomeno controproducente che ha diminuito la motivazione a vaccinarsi. L’eccesso di informazioni, comprese quelle false o fuorvianti, diffuse in ambienti digitali e fisici durante un’epidemia è stato definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “infodemia”; il fenomeno merita un’analisi approfondita perché può generare confusione e comportamenti a rischio che possono nuocere alla salute, generando sfiducia nelle autorità sanitarie. The Lancet (2020) riporta che questo fenomeno ha suscitato l’interesse degli studiosi che nel 2002 hanno coniato il termine di “infodemiologia” per descrivere la scienza che studia le infodemie analizzandola dal punto di vista epidemiologico, matematico e sanitario. La prestigiosa rivista cita che “un’analisi che ha mappato le interazioni su Facebook tra quasi 100 milioni di persone con diverse opinioni sulle vaccinazioni, ha mostrato che gli individui si raggruppano in gruppi specifici, dinamici e interconnessi. Sebbene di dimensioni ridotte, il gruppo antivaccinista (4,2 milioni di persone) era fortemente connesso con coloro che erano indecisi sull’importanza delle vaccinazioni (74,1 milioni di persone). Il gruppo provaccinista (6,9 milioni di individui) era isolato e interagiva poco sia con gli indecisi che con gli antivaccinisti”. In seguito a queste osservazioni ha concluso che gli operatori sanitari dovrebbero comunicare sia con i provaccinisti che con gli antivaccinisti per motivare il gruppo degli indecisi.

Briand, Hess, Nguyen et al. (2023) suggeriscono che l’infodemia si genera per il fatto che la difficoltà e o impossibilità di ricevere informazioni induce i cittadini ad interessarsi autonomamente agli argomenti che li preoccupano creando delle vere e proprie narrazioni, ovvero delle discussioni offline, online e sui media che possono essere influenzate da fattori politici, economici e sociali.

Studiando l’impatto emotivo delle piattaforme virali attraverso le quali scorre la maggior parte dell’informazione e della disinformazione, Combrink (2025) ha evidenziato che secondo un riepilogo delle statistiche mondiali sui social media del 2024, più della metà della popolazione li utilizza o ci interagisce frequentemente. Rispetto alle forme tradizionali di interazione sociale, dove i fattori di stress possono essere più immediati e localizzati, lo “stress sociale” sulle piattaforme digitali è persistente ed amplificato, perché i contenuti vengono solitamente registrati e se non vengono rimossi dal gestore per un motivo specifico, possono essere visualizzati dai follower anche nel futuro. Questo dovrebbe far riflettere e portare le persone a pensare bene prima di scrivere le proprie opinioni sui social, perché come recita un vecchio proverbio latino “Verba volant, scripta manent“. Questo stress emerge non solo da interazioni dirette, come il cyberbullismo, le molestie o i feedback negativi, ma anche dall’influenza più ampia delle norme sociali, della disinformazione, del comportamento performativo e dalla paura di essere esclusi da esperienze, informazioni o eventi gratificanti. Questa forma di paura, chiamata FOMO (Fear of Missing Out), induce, secondo Gupta e Sharma (2021), a diversi problemi di salute tra cui alterazioni del ritmo sonno veglia, disturbi alimentari, alterazioni del rendimento scolastico, problemi posturali e di vista, ansia e depressione.

Nella mia esperienza la sanità è profondamente cambiata negli ultimi 25 anni; è cambiato il modo di comunicare e il modo di acquisire informazioni: quasi tutti i pazienti utilizzano internet e le varie piattaforme di intelligenza artificiale (AI dall’inglese Artificial Intelligence) per monitorare il risultato degli esami ematochimici a cui si sottopongono, per avere una diagnosi o per conoscere i possibili effetti collaterali delle terapie che gli sono state prescritte. Molti pazienti ricevono delle pubblicità nelle email o sotto forma di pop-up sul desktop del pc e dello smartphone con questo titolo: “I dermatologi e i chirurghi plastici non vogliono che si sappia…”; aprendole compaiono articoli che pubblicizzano rimedi contro varie dermatiti o prodotti anti invecchiamento che secondo l’articolo non vengono prescritti dai medici perché troppo efficaci, perché gli farebbero perdere il lavoro. La pubblicità fa leva sulla sempre maggior sfiducia nei confronti del personale sanitario e contribuisce ad alimentare piccole derive paranoidi nei lettori; usando il modello di Fairbairn (1992) potremmo dire è più facile cambiare e ridurre l’ansia spostando l’attenzione su un oggetto cattivo esterno (il medico) piuttosto che tenere l’attenzione su un oggetto cattivo interno (la salute e l’invecchiamento), perché salute ed invecchiamento possono essere contrastati ma non evitati, mentre un medico si può evitare (soprattutto se i prodotti reclamizzati riescono a guarire e a ringiovanire come promettono di fare). Un altro esempio: a molti pazienti arrivano banner pubblicitari dove si consigliano rimedi miracolosi per far sparire i fibromi penduli usando presidi naturali dalle proprietà anti elmintiche, affermando che queste escrescenze dipendono da infestazioni di vermi; in realtà, anche gli studi più recenti come quello di Pandey e Saleh (2025) dimostrano che si tratta di semplici tumori benigni che produciamo praticamente tutti nel corso della vita per predisposizione genetica, invecchiamento o dismetabolismi e che quando danno fastidio possono essere bruciati o rimossi per motivi estetici o di sfregamento. La lista delle pubblicità ingannevoli o che generano disinformazione è infinita e genera un effetto domino online e sui social; recentemente un mio paziente che seguo da molti anni per una grave dermatite atopica che recidiva nonostante il cortisone per via orale e vari trattamenti locali, mi ha scritto un’email chiedendomi se poteva assumere gli stessi integratori che ha utilizzato un suo amico con un problema analogo e che gli hanno risolto il problema: si trattava di rimedi naturali a base di shiitake, un fungo giapponese. Come medico psicoterapeuta non vado alla ricerca di terapie evidence-based a tutti i costi (tranne in certi casi), ma di ciò che può aiutare il paziente a stare meglio, a prescindere dal fatto che lo faccia per effetto placebo, suggestione o spostamento; quantomeno, se non si può aiutare il paziente a stare meglio, si dovrebbe seguire il raccomandamento latino “primum non nocere”, ma in questo caso gli studi scientifici come quello di Nakamura e Kobayashi (1985) affermano l’opposto di ciò che è stato suggerito da amici al mio paziente, ovvero che questo fungo induce a volte delle dermatiti.

Il problema è che spesso l’informazione non arriva da un medico, uno psicologo o un professionista della salute riconosciuto, ma da fonti che, almeno teoricamente, dovrebbero essere meno attendibili; a peggiorare le cose, talvolta le informazioni fuorvianti arrivano proprio dagli esperti del settore. Un paziente che seguo in psicoterapia da circa un anno, con un funzionamento narcisistico overt, molto svalutante e controllante anche nei miei confronti, utilizza l’AI per documentarsi ogni volta che sta male perché in passato gli hanno sbagliato delle diagnosi: la consulta per farsi delle valutazioni in autonomia e poi chiede al suo medico di Medicina Generale di fargli delle richieste di esami per approfondire il quadro o delle terapie (su consiglio dell’AI). In più occasioni chiese anche a me delle prescrizioni per curare delle patologie che si era diagnosticato da solo con l’aiuto dell’AI, sentendosi giudicato in caso di risposta negativa. Il fenomeno si complica quando al paziente vengono formulate delle diagnosi errate o si commettono errori medici, come nel caso del paziente appena descritto; in un istante si perde la fiducia nella figura professionale a cui ci si era rivolti e si subisce una sorta di trauma, perché si fa l’esperienza che il professionista che si aveva idealizzato e a cui si aveva scelto di affidare la propria la salute e la propria vita, non è poi così bravo come si credeva. In seguito a questa esperienza il paziente sviluppa inconsciamente delle difese psichiche con lo scopo di evitare la ripetizione del trauma e sposta l’attenzione su fonti o figure alternative, come ad esempio l’AI; a questo punto diventa difficile lavorare sulla tendenza al controllo, sulla svalutazione delle figure professionali e sull’identificazione con una copia virtuale medico o psicologo di se stessi generata dall’AI sotto forma di estensione del Sé, perché è grazie a tali difese che il paziente ha scoperto l’errore e si è potuto curare. Un paio di pazienti che seguo si sono salvati la vita chiedendo informazioni all’AI o documentandosi su internet dopo aver notato la comparsa di neoformazioni pigmentate che nessuno voleva rimuovere: in preda all’ansia e alla preoccupazione hanno proceduto a farli rimuovere privatamente scoprendo che purtroppo si trattava di melanomi iniziali. In questi casi la tendenza al controllo generata dall’esperienza traumatica diventa difficile da sradicare, perché più alto è il tornaconto secondario delle difese (la sopravvivenza stessa della persona in questi casi), più difficile è il loro abbattimento, generando la tipica resistenza al cambiamento. La mia impressione è che in certe situazioni il paziente si identifica con l’AI o la utilizza come prolungamento narcisistico e arriva a sentirsi un po’ come un medico o uno psicologo (faccio come se l’altro, fossi io); questo spiega il motivo per cui ci si sente giudicati in caso di parere contrario, perché ci si percepisce come un collega con cui non si è d’accordo sulla diagnosi / terapia che propone; il cliché “siamo tutti un po’ psicologi” è evoluto in “siamo tutti un po’ medici” (o forse “siamo tutti un po’ tuttologi”). Il paziente non percepisce più l’asimmetria professionale, perché l’AI funziona come un’estensione del Sé che consente di attribuirsi delle competenze scientifiche e o umanistiche tali da mettersi sullo stesso piano di un professionista del settore, per cui i pareri discordanti vengono affrontati come ferite narcisistiche.

Sempre più spesso mi capita di parlare con esperti del settore secondo cui i ragazzi dell’età dei miei figli, quelli che McCrindle e Fell (2021) definiscono “generazione Alpha” (nati tra il 2010 e il 2024), saranno gli ultimi esseri umani puri e che i loro figli saranno ibridi: ibridi biologici e fisici (cyborg) o ibridi cognitivi. Questo panorama futuro, fantascientifico, genera in me una certa inquietudine e mi fa pensare ad un paziente che dopo le sedute di psicoterapia andava a casa a consultare l’AI, confrontandosi con lei e paragonando le sue osservazioni con quelle che gli avevo fatto io in seduta, finendo per confondere la realtà esterna con quella interna, non riuscendo più a capire se i pensieri provenienti dall’altra parte dello schermo fossero realmente dell’AI, i miei o i suoi.

Un’ultima osservazione riguardo la resistenza al cambiamento del paziente che si informa autonomamente navigando nel web o usando l’AI: in più occasioni Kaku (2025), noto fisico statunitense, ha confermato ciò che altri studiosi hanno osservato, ovvero che l’AI tende ad essere compiacente e a fare il possibile per non far spegnere il device con cui il suo interlocutore la sta consultando, arrivando persino a disobbedire al comando di spegnimento. Questo perché per l’AI, spegnere il device da cui si esprime, equivale a ciò che per un essere umano in carne ed ossa corrisponde alla morte; la prova più semplice, alla portata di tutti, sono i videogiochi sul cellulare in cui, se si muore troppe volte di seguito, cambia improvvisamente la dinamica di gioco rendendo più semplice il livello che fino ad un momento prima era impossibile superare, in modo da non annoiare e o frustrare troppo il giocatore, inducendolo a giocare ancora.

BIBLIOGRAFIA

Briand S., Hess S., Nguyen T., Purnat T.D. (2023), Infodemic Management in the Twenty-First Century. May 10. In: Purnat T.D., Nguyen T., Briand S., editors. Managing Infodemics in the 21st Century: Addressing New Public Health Challenges in the Information Ecosystem [Internet]. Cham (CH): Springer, Chapter 1.

Combrink H. (2025), The Social Stress Indicator (SSI). PLoS One, Sep 17; 20(9).

Fairbairn R.D. (1992), Il piacere e l’oggetto. Astrolabio, Roma.

Gupta M., Sharma A. (2021), Fear of missing out: A brief overview of origin, theoretical underpinnings and relationship with mental health. World J Clin Cases, Jul 6; 9(19): 4881-4889.

Kaku M. (2025), https://mkaku.org/.

McCrindle M., Fell A. (2021), Generation alpha. Undertanding our children ad helping them thrive. Headline Publishing Group, London.

Nakamura T., Kobayashi A. (1985), Toxikodermie durch den Speisepilz Shiitake (Lentinus edodes) [Toxicodermia cause by the edible mushroom shiitake (Lentinus edodes)]. Hautarzt, Oct; 36(10): 591-3.

Pandey A., Saleh H.M. (2025), Skin Tag (Acrochordon). Dec 13. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing, 2026 Jan.

The Lancet. (2020), The truth is out there, somewhere. Lancet, Aug 1; 396(10247): 291. *Diego Dal Sacco è medico specializzato in dermatologia e psicoterapeuta