Dallo schermo neutrale allo schermo digitale: implicazioni per il setting psicoanalitico

Torre -Dallo schermo neutrale allo schermo digitale: implicazioni per il setting psicoanalitico

di Filippo Torre *

Storicamente, la teoria e la tecnica psicoanalitiche hanno attraversato profonde evoluzioni nell’incontro con nuove categorie di pazienti, setting inediti e mutati contesti sociali. Sebbene gli effetti della digitalizzazione siano stati discussi nell’ambito delle psicoterapie online, minore attenzione è stata riservata ai modi in cui il digitale irrompe nelle psicoterapie svolte interamente in presenza. L’articolo discuterà la sostenibilità di una posizione di anonimato in un mondo in cui proliferano siti web professionali e profili sui social media. Inoltre, indagherà come l’ampia diffusione di contenuti sulla salute mentale rappresenti una forma specifica di infodemia in grado di condizionare le aspettative dei pazienti che, per la prima volta, si rivolgono ad uno psicoterapeuta psicoanalitico.

Anonimato e self-disclosure nell’era digitale

Freud, pur rifiutando una rigida formalizzazione della tecnica, ha posto le basi concettuali per tre fondamentali principi che a lungo hanno ispirato la condotta degli analisti: l’anonimato, la neutralità e l’astinenza.

Mentre per neutralità si può intendere un atteggiamento di equidistanza dalle istanze psichiche del paziente, il principio dell’anonimato è racchiuso nella metafora freudiana dello specchio opaco, che prescrive di riflettere soltanto ciò che il paziente consciamente e inconsciamente mostra di sé, evitando contaminazioni personali. Preservare la condizione di anonimato impone anche di astenersi dal gratificare collusivamente il paziente rispondendo a domande sulla propria vita privata. Esse sono assimilate a curiosità edipiche, fantasie sulla scena primaria e tentativi inconsci di violare i confini tra le generazioni (Crastnopol, 1997). Condurre un trattamento in stato di astinenza implicherebbe dunque la frustrazione di tali curiosità affinché esse siano convertite in oggetto di analisi.

Come si declinano questi tre principi in un mondo dove lo spazio privato ha subito un graduale ma inarrestabile restringimento?

Oggi assistiamo infatti ad un doppio fenomeno: da un lato, sempre più psicologi curano attivamente siti web e profili social finalizzati all’acquisizione di nuovi pazienti (Kolmes, 2012); dall’altro, anche l’eventuale decisione di minimizzare la propria presenza online non garantisce al professionista la riservatezza, poiché ampie informazioni sul suo conto potrebbero essere ugualmente accessibili tramite i motori di ricerca (Kolmes & Taube, 2016). Ciò significa che i pazienti hanno oggi un accesso molto più ampio alla sfera privata dei propri analisti, o quantomeno alla loro presentazione professionale online, spesso composta di brevi autobiografie, aree di interesse, percorso di studi, specializzazione… Il paziente sceglierà il proprio terapeuta anche sulla base di queste informazioni, che potrebbero influire sulla dinamica transferale o dare luogo a particolari forme di pre-transfert (Balick, 2012).

Una simile immissione di dati di realtà nella relazione terapeutica è stata tradizionalmente criticata in quanto limiterebbe le fantasie e le libere associazioni del paziente, rischiando di compromettere un puro sviluppo della nevrosi di transfert. In verità, anticipando gli interrogativi posti dalla rivoluzione digitale, gli autori intersoggettivi e relazionali avevano già messo in dubbio la realizzabilità stessa di una condizione di anonimato, una questione preliminare a qualsiasi discussione circa la sua desiderabilità come scelta clinica. Contestando il mito dello specchio opaco, essi hanno sottolineato come l’analista si riveli costantemente, anche attraverso i suoi interventi più neutrali, i suoi silenzi e le sue reticenze, suggerendo che spesso il paziente colga la soggettività del terapeuta “ben più di quanto entrambi non ammettano consciamente” (Crastnopol, 1997, p. 262).

In un’ottica relazionale, il meccanismo di azione terapeutica è quindi identificato nella possibilità di sperimentare vecchi e nuovi modelli relazionali insieme ad un terapeuta il cui coinvolgimento soggettivo non è negato, ma valorizzato anche mediante l’uso mirato di self-disclosures che possono riguardare elementi del controtransfert (Burke, 1992), l’esplicitazione dei processi di pensiero sottesi ad un’interpretazione (Renik, 1995) o la condivisione di un fatto extra-terapeutico come una malattia (Pizer, 1997).

Tralasciando di esplorare in questa sede le implicazioni cliniche riconducibili ai diversi contenuti dell’autosvelamento, occorre comunque evidenziare la sostanziale differenza tra la self-disclosure come scelta tecnica operata in seduta e invece un più generale atteggiamento di trasparenza nell’ambiente digitale.

Ciononostante, se si intende il transfert non come un artefatto discendente dall’opacità dell’analista e dunque limitato alla stanza d’analisi ma come un fenomeno ubiquitario che un’analisi rende semplicemente più evidente e consapevole (Sugarman, 2012), allora si può supporre che la trasparenza digitale del clinico, se adeguatamente gestita, non rappresenti un ostacolo allo sviluppo del processo analitico. Anzi, un’attitudine generale alla trasparenza potrebbe persino risultare clinicamente più funzionale rispetto ad un autosvelamento parsimonioso ma percepito come imprevedibile o incoerente (Levenson, 1996).

La divulgazione psicologica

A prescindere dalle condotte di autosvelamento digitale adottate dai singoli professionisti, la diffusione in rete di costrutti psicologici è un fenomeno infodemico che incide tanto sulla percezione pubblica della professione quanto sulle aspettative dei pazienti.

Nella sua valenza psicoeducativa, la divulgazione psicologica ha avuto il merito di mitigare lo stigma associato alla patologia mentale, umanizzare la figura dello psicologo e facilitare così l’accesso alla psicoterapia. Questo movimento di inevitabile demistificazione trova a sua volta un antecedente non-digitale nella simmetria epistemologica promossa dagli orientamenti relazionali, che, pur non negando l’asimmetria di ruolo insita nella relazione di cura, invitano l’analista ad assumere una postura maggiormente empatica. Ma se l’approccio relazionale ha ridimensionato l’autorità medico-paternalistica, decostruendo l’illusione del “soggetto supposto sapere” lacaniano (Renik, 1995) e la pretesa oggettività delle sue interpretazioni, lo psicologo sui social media tende al contrario a proporsi proprio come esperto divulgatore di conoscenze dal sapore oggettivo. È questa un’operazione condizionata dall’architettura stessa dei media digitali, che tendono ad imporre un registro linguistico descrittivo, semplificato e spesso medicalizzato.

Ciò è particolarmente rilevante se si considera che la maggior parte dei professionisti che si espongono sui social media tende a non afferire all’ambito psicoanalitico, probabilmente anche in virtù dell’enfasi posta sull’anonimato (Kaluzeviciute, 2020; Kolmes, 2012). Inoltre, in psicoanalisi gli interventi psicoeducativi sono stati a lungo assimilati alla “suggestione” (Busch & Auchincloss, 2018) e, sebbene oggi si parli di “continuum supportivo-espressivo” (Gabbard, 2015), altri approcci come quello cognitivo-comportamentale prevedono strutturalmente momenti psicoeducativi all’interno dei propri protocolli e adottano linguaggi maggiormente fruibili, rendendo tali modelli più adatti al formato delle piattaforme digitali. Occorre però domandarsi se la divulgazione digitale non restituisca, anche di questi modelli, un’immagine distorta piuttosto che una rappresentazione fedele.

Come effetto dell’esposizione ricorsiva a tali contenuti mediatici, è probabile che il campo associativo del paziente risenta di una forma di “pre-organizzazione” (Kehl & Caldas, 2026), e che tale assetto sia di matrice non-psicoanalitica. La familiarità con terapeuti-creator potrebbe inoltre rendere più difficile accettare la riservatezza del terapeuta analitico, percepito come freddo o eccessivamente rigido.

Rilevante è anche il fenomeno dell’auto-diagnosi, particolarmente diffuso tra adolescenti e giovani adulti (Acheson & Papadima, 2023). Come osservano Kehl e Caldas (2026), l’elemento di novità non risiede tanto nel fatto che il paziente si presenti con un’idea circa le origini della propria sofferenza, quanto nel fatto che la validazione online e l’investimento affettivo dell’etichetta identitaria possano produrre specifiche resistenze al trattamento. Il compito dell’analista diventa dunque quello di accogliere temporaneamente la costruzione difensiva del paziente per poi tradurla gradualmente a ritroso in termini vicini alla sua esperienza soggettiva, decifrando i significati che essa condensa e allo stesso tempo cela.

Conclusione

Per gli analisti della contemporaneità, l’impatto della digitalizzazione e della sovraesposizione informativa può rappresentare una sfida al mantenimento del setting, tanto nella sua dimensione esterna quanto interna. Affinché il metodo possa dialogare costruttivamente con questa nuova complessità, è necessario innanzitutto che il clinico sia consapevole della propria impronta digitale e delle determinanti, consce e inconsce, sottese alla decisione di condividere informazioni personali in rete. Tale consapevolezza dovrebbe accompagnarsi alla disponibilità ad esplorare le configurazioni fantasmatiche che la propria presenza (o assenza) online può suscitare nei pazienti.

Parallelamente, il clinico è chiamato ad interrogarsi circa il modo in cui il proprio agire professionale intercetti, o al contrario disconfermi, le aspettative consce ed inconsce che la proliferazione online di contenuti sulla salute mentale ha contribuito a generare nei pazienti.

BIBLIOGRAFIA

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Burke, W.F. (1992), Countertransference disclosure and the asymmetry/mutuality dilemma. Psychoanalytic Dialogues, 2(2), 241–271. https://doi.org/10.1080/10481889209538931

Busch, F.N., & Auchincloss, E.L. (2018), The role of psychoeducation in psychodynamic psychotherapy. Psychodynamic Psychiatry, 46(1), 145–163. https://doi.org/10.1521/pdps.2018.46.1.145.

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Gabbard, G. O. (2015). Psichiatria psicodinamica (5ª ed.). Raffaello Cortina Editore.

Kaluzeviciute, G. (2020), The role of empathy in psychoanalytic psychotherapy: A historical exploration. Cogent Psychology, 7(1), Article 1748792. https://doi.org/10.1080/23311908.2020.1748792

Kehl, M.S., & Caldas, H. (2026), From the Unconscious to the Algorithm: Platform Mediation, Psychic Economy, and Psychoanalytic Practice. International Journal of Applied Psychoanalytic Studies 23(2). https://doi.org/10.1002/aps.70050

Kolmes, K. (2012), Social media in the future of professional psychology. Professional Psychology: Research and Practice, 43(6), 606–612. https://doi.org/10.1037/a0028678

Kolmes, K., & Taube, D.O. (2016), Client discovery of psychotherapist personal information online. Professional Psychology: Research and Practice, 47(2), 147–154. https://doi.org/10.1037/pro0000065

Levenson, E.A. (1996), Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanalysis, 32(2), 237–248. https://doi.org/10.1080/00107530.1996.10746951

Pizer, B. (1997), When the analyst is ill: dimensions of self-disclosure. The Psychoanalytic Quarterly, 66(3), 450–469.

Renik, O. (1995), The ideal of the anonymous analyst and the problem of self-disclosure. The Psychoanalytic Quarterly, 64(3), 466–495.

Sugarman, A. (2012), The reluctance to self-disclose: reflexive or reasoned? The Psychoanalytic quarterly, 81(3), 627–655. https://doi.org/10.1002/j.2167-4086.2012.tb00512.x

*Filippo Torre è psicologo clinico, specializzando in Psicoterapia Psicoanalitica presso Il Ruolo Terapeutico di Genova.