di Paolo Chiappero *
Il buonsenso c’era, ma se ne stava nascosto,
per paura del senso comune (Manzoni)
“Capisci bene che è un narcisista, ma di quelli gravi. Io sarò anche borderline, ma lui è più grave di me. Ci vuole uno bravo (sic) per curarlo”
“Hai proprio ragione, però anche tu…….quando ti cerca ci sei sempre….”
“Cosa vuoi fare è una dipendenza affettiva la mia”
“Eh sì, hai ragione”
“Ma se continuo così, divento bipolare! Sai, come la Silvia…lei è così”
Non è la sceneggiatura di un dialogo tra amiche tratta da un film di Almodovar, e nemmeno parte del copione di un’opera cinematografica di Woody Allen. E‘ una conversazione ascoltata in spiaggia, che mi ha distratto dalle mie letture.
Ormai il lessico psicologico-psicoanalitico-psichiatrico è entrato nel linguaggio quotidiano. Nel dialogo riportato tra le due amiche non mi sarei stupito se fossero comparsi termini quali: rimozione, somatizzazione, paranoico, trauma, ecc…. Non è escluso che se avessi continuato ad ascoltare, queste definizioni sarebbero state pronunciate. Si tratta di termini usati prevalentemente, insieme a quelli citati nel racconto dell’aneddoto, nel linguaggio della quotidianità, tra non addetti ai lavori e trasformantisi in luoghi comuni, etichettamenti, per non dire “sentenze” inoppugnabili. Spesso l’incipit è: <<Io non sono psicologo/a ma…..” e via con il DSM sotto l’ombrellone! (1)
“Le parole sono pietre” diceva lo scrittore Carlo Levi, e forse andrebbero impiegate con più cognizione di causa. Questa infodemia delle espressioni che provengono da un mondo e da teorie e prassi scientifiche, comporta sia confusione (non sempre è chiaro cosa intenda l’interlocutore) sia inflazione di questa terminologia. Ed è il risultato di un linguaggio psicologico ormai imperante nel mainstream.
Crediamo sia d’obbligo fare una riflessione su questa tendenza contemporanea innegabilmente in aumento. (Cooper e al., 2017) (2)
Ci sono anche termini scientifici provenienti da altre discipline che, per la loro notorietà a livello divulgativo, vengono usati spesso a sproposito: l’effetto serra, il placebo, la resilienza, gli algoritm”, ecc… Nel caso al massimo si diranno degli spropositi scientifici, conditi da un po’ di presunzione.
L’uso di termini psicodiagnostici, e psicologici tout-court, invece, ha il “valore” aggiunto, che ne contrassegna il valore d’uso, di veicolare dispositivi di etichettamento sociale tanto più persistenti, quanto più è potente il bisogno umano di classificazione. (3)
Da un lato si amplia la platea dei significati, cioè l’alone semantico di ogni vocabolo “scientifico”. Dall’altra è sempre più bassa la soglia di accessibilità a queste locuzioni “scientifiche” (un mio paziente di 7 anni mi ha detto recentemente che nella sua scuola c’è “molto bullismo”)
La banalizzazione delle definizioni va di pari passo con la loro diffusione. Il politologo Sartori diceva: <<Le bugie avranno anche le gambe corte, ma fanno il giro del mondo in due minuti>>. Se sostituiamo a “bugie” la parola definizioni diagnostiche dell’Altro o dei suoi supposti processi mentali (“L’hai rimosso”, “E’ l’Edipo”, ecc…), il risultato non cambia.
E’ probabile che la banalizzazione ed inflazione di queste asserzioni abbia un significato difensivo. In fondo se tutti (o quasi) siamo narcisisti, non lo è nessuno. Così come se tutto è traumatico, nulla è traumatico e ci “abituiamo” al trauma. Il passo successivo è mettere sullo stesso piano, quindi, Traumi collettivi e individuali con tutto ciò che può essere disturbante, doloroso e negativo nella nostra vita, ma non per questo inevitabilmente un Trauma. (4)
Un altro processo difensivo è quello di illudersi di padroneggiare linguaggi e concetti scientifici. Su questo i “leoni da tastiera” possono insegnarci molto, ahimè. Se vogliamo sapere qualcosa sulla “teoria quantistica” ci sarà sempre un Peppino di Reggio Calabria o una Monica di Milano, che ce lo spiegano in parole semplici, e a portata di mano, non solo nel senso figurato, ma concretamente: mentre guardiamo lo smartphone seduti sul bus.
E potremmo andare avanti per ore, se si trattasse soltanto di inanellare esempi.
Ritornando al lessico psicologico/psicopatologico, vorremmo per caso escludere il termine “tossico”, per fare un esempio tra tanti?
<<I miei genitori sono tossici>>, mi dice alla nostra prima seduta Leonardo, diciannove anni. Fosse accaduto più di vent’anni fa avrei pensato a due persone tossicodipendenti di eroina. Dove la parola tossico, sebbene con significato dispregiativo, rimandava ad una reale tossicodipendenza. In tale caso si estende l’area semantica: chiunque può essere tossico per noi. Chi ci infastidisce, chi ci stressa, o semplicemente chi ci chiede di assolvere a dei nostri doveri, ecc… E, di nuovo, se tutto è tossico, niente è tossico.
Siamo passati dalla Treccani alla signora X o al signor Y, passando dagli influencer, vero medium di questa trasmissione di un “supposto sapere” che tanto etichetta, quanto banalizza e omogenizza.
“Definire è uccidere” diceva il poeta francese Mallarmè. E aggiungeva: “Suggerire è creare”. Lo si insegna perfino, con altre parole, agli allievi psicoterapeuti. Perché non si creda che in ambito scientifico non esistano questi rischi di banalizzazione e generalizzazione indebita. Anzi!
A proposito di ciò che scriviamo, da qualche tempo si utilizza l’espressione “Therapy speak”.
Che ben sintetizza un lessico pseudo-scientifico-psicologico, usato nella quotidianità, tra persone di diversa cultura e condizione socioeconomica. Non riguarda, nella nostra esperienza, soltanto fasce della popolazione di bassa istruzione. Crediamo sia presente tra la popolazione in modo trasversale. Lo dimostra il fatto che anche un ingegnere nucleare può indulgere in frasi in cui cita significanti quali trigger, codipendenza, personalità psicopatiche, ecc…
Come ricordavamo prima, esiste un’attrazione/pulsione dell’essere umano a conoscere il proprio ambiente e i propri simili. Ciò possiede una valenza vitale per la sopravvivenza della specie quando è funzionale a questo scopo. Per il genere umano è meglio attribuire un senso errato agli stimoli ambientali che non darvi nessun senso. Ma oggi, che non ci confrontiamo con la tigre dai denti a sciabola armati solo di una pietra appuntita, il risultato è che la vastità e complessità delle situazioni di vita viene ridotta ad una etichetta. Con un risparmio “energetico” cognitivo, perché le semplificazioni ci fanno, purtroppo, riflettere meno (Chiappero, 2018).
Spostando lo sguardo sul contesto macrosociale è indubbio che si assista col nuovo millennio ad una “psicologicizzazione della società” e ad una “psichiatrizzazione dei singoli” (Cooper e al., cit.).
In alcune circostanze la stigmatizzazione e la discriminazione di un comportamento si rafforzano esibendo connotazioni “scientifiche”. E’ indubbio che “suoni” differentemente dire ad una persona: “Trattieniti un po’ dagli impulsi” da “Sei un borderline”, oppure: “Pensi solo a te stesso” da “Sei un narcisista maligno” (dove maligno sembra un upgrade di narcisista, che probabilmente nella conversazione non si riteneva sufficiente). Quel “sei”, voce del verbo essere, è un’attribuzione di identità. Concerne tutta la persona, qualifica il soggetto.
E a questo non possono sfuggire anche gli addetti ai lavori.
Insomma, siamo costretti a rivestire i panni dell’avvocato del diavolo. Troppo facile cadere nella tentazione di vedere solo la celebre “pagliuzza” nell’occhio dell’Altro.
Occupiamoci anche delle “travi” cioè, fuor di metafora cristologica, dell’abuso lessicale degli stessi operatori della salute mentale.
Del resto l’abuso, non si definisce solo per un aspetto quantitativo. Etimologicamente significa: “usare male”.
“Ciao Paolo, volevo avvisarti che ti mando un border”. Sì, un border, non un boiler. Oppure, con un tono di disprezzo che vale più di mille parole: “Quella è una dipendente affettiva”. Citiamo la tonalità, il non verbale, l’atteggiamento, perché sovente, anche tra colleghi, è più significativo delle parole in sé. Queste ultime, d’altro canto, possono anche essere, nella loro semplificazione diagnostica, rappresentative del soggetto, ma combinate sovente con banalizzazione e discriminazione.
Di recente abbiamo scoperto che queste esperienze personali che evidenziamo sono avvalorate dagli studi di Lilienfeld e coll. (2010, 2017) sull’uso improprio, cioè troppo generico e superficiale, delle etichette diagnostiche da parte dei professionisti della salute mentale. (5)
Palesemente stiamo transitando dalle alterazioni semantiche del therapy speak “pop”, ad inaccettabili conseguenze etiche, sfortunatamente presenti anche nelle professioni d’aiuto.
Anche in questi casi la vastità e complessità delle situazioni di vita viene ristretta in una singola etichetta. Nell’impossibilità di essere nella mente dell’Altro, e nella credenza sovente di dover occupare quel luogo, utilizziamo scorciatoie tanto riduzionistiche quanto foriere di nuovi significanti in cui le altre persone/pazienti sono “crivellate” da queste “parole-pallottole” (Lacan, 1953, 1980).
Per concludere non si vuole mettere in discussione la valenza positiva di una comunicazione scientifica comprensibile anche da non addetti ai lavori, anzi. Ma di riflettere sulla sua distorsione, che trasforma l’utile e istruttiva divulgazione in luoghi comuni, banalità, parole usate nei contesti errati, con l’aspirazione che rivestire di locuzioni scientifiche il proprio lessico (per non dire la denigrazione dei nostri simili) dia più forza ed efficacia alle nostre parole. Oppure……. qualche pallottola in più.
Note
- DSM: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali
- M. J. Cooper, psicologo statunitense è stato promotore di una ricerca, nel 2017, sulla presenza di lemmi psicologici e psichiatrici nella stampa del Regno Unito, a partire dai primi anni ’90. L’aumento della presenza di questi termini è avvenuto in maniera esponenziale, soprattutto per alcuni, segnatamente: narcisismo e psicopatia (Cooper e al., 2018).
- Il processo di etichettamento sociale è noto attraverso la Labelling Theory del sociologo Howard Becker (1963). Alcuni comportamenti vengono stigmatizzati e successivamente denominati (etichettati) producendo, attraverso l’uso della parola e la sua circolazione nelle comunità, “creazione sociale” della devianza (nel nostro caso della psicopatologia). Per un’applicazione della teoria alla terminologia psicopatologica si può vedere anche il contributo di T. Scheff (1966).
- Nella teoria e nella clinica delle situazioni traumatiche si indicano come Traumi, con la lettera maiuscola, le situazioni drammatiche e/o catastrofiche, sia di tipo individuale che collettivo, a loro volta collegate eziologicamente al DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress)
- Scott Owen Lilienfeld, emerito professore universitario statunitense scomparso qualche anno fa, si è anche occupato della proliferazione della terminologia psicologica nei mass-media e della crescente presenza nell’editoria di una “manualistica” su crescita psicologica, auto-aiuto, ecc… che frequentemente è di dubbia valenza scientifica.
BIBLIOGRAFIA
Becker, H. S. (1963). Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Trad. it. Edizioni Gruppo Abele, 2003.
Chiappero, P. (2018) L’insostenibile leggerezza della stupidità. Rivista Varchi. N. 19. Arti Grafiche Francescane Editore.
Cooper, M. J., Wetherell, M. A., & McLeod, J. (2018). Increased use of psychological terminology in the British press: A corpus-based study examining broadsheet newspapers from 1991 to 2015. Clinical psychology & psychotherapy, 25(3).
Lacan, J. (1953) Funzione e campo della parola e del linguaggio nella psicoanalisi. Trad. it. in Scritti, Vol. 1, Einaudi Editore, 1974.
Lacan, J. (1980). Le malentendu. Trad. it in Rivista Ornicar, 22-23, Astrolabio Editore, 1980.
Lilienfeld, S.O., Jay Lynn, S., Ruscio, J. & Beyerstein, B.L. (2010). I grandi miti della psicologia popolare. Contro i luoghi comuni. Trad. it. Raffaello Cortina Editore, 2010.
Lilienfeld, S. O., Tuscany, M. A. (2017). Misuses of psychological assessment in forensic settings. Psychological Assessment, 29(3), 309-313.
Scheff T. (1966). Being Mentally Ill. A Sociological Theory. Transaction Publisher Ed.
*Paolo Chiappero è membro della Redazione di Varchi